Love Me Two Times

Insegniamo ai nostri figli che il denaro non serve tanto. Serve un pasto al giorno e un litro di vino, il resto tempo libero. (Mauro Corona)

 

Le cose migliori accadono spesso per caso. Anche le peggiori a dir la verità,  ma il confine è spesso sottile. Mi trovavo solo sul resegone. I soci programmati erano spariti tutti nell’arco di un giorno. Chi ammalato, chi ridotto allo stato larvale e chi assente senza spiegazioni.  Avevo un’ offerta per una ciaspolata, ma di pestar neve non avevo voglia. L’idea iniziale era di salire per il canale comera, se in condizioni, tanto per togliermi lo sfizio di tirare 2 spicozzate, e di scendere per il bobbio, per evitare il sentiero normale.  Durante l’avvicinamento nel bosco vengo superato da un tizio con due picche appese allo zaino: uhm, interessante! Per curiosità e per sfida gli sto dietro nonostante mi faccia esplodere i polmoni. Alla base del canale siamo raggiunti anche dal suo socio, decisamente più loquace. Mi  dice che vogliono provare a salire il cermenati, più impegnativo del comera in quanto più ripido e con alcuni saltini rocciosi. Essendo il comera ancora vergine e non avendo voglia di tracciare nella neve per tutta la mattina ed essendosi risvegliato il mio ego alla vista di possibili difficoltà mi aggrego a loro.

I primi 300m sfilano veloci, semplice sforzo di polpacci con qualche parte più ripida da passare con le punte dei ramponi in equilibrio sulla roccia . Le cose cambiano quando arriviamo a un masso incastrato che crea un saltino. Dario ci prova, ma il ghiaccio in cui prova a infilare i ramponi si rivela essere neve inconsistente accumulatasi alla base. Tiriamo fuori la corda. Le imbragature restano nello zaino, forse per essere solidali con me che non l’ho proprio… Dopo il classico anello in vita stile Cassin e un cordino messo a strozzo sul cavo presente,  Dario parte.  Un rampone messo sul nodo di giunzione del cavo di ferro, l’altro in "aderenza" sulla parete dietro con le punte anteriori minacciosamente rivolte verso di me. Riesce però a inventarsi un incastro di ginocchio, quanto basta per piantare entrambe le picche nel ghiaccio sopra e passare. Cazzo,è bravo! Mi inizia a sorgere un dubbio… Tempo di lasciarli fare una sosta su picche e tocca a me. La neve alla base è terribilmente farinosa e continuo a sprofondare. L’anello di corda intorno alla vita tira da far paura. Una picca la incastro in una fessura. Il risultato è traballante, ma mi da abbastanza fiducia per alzare i ramponi. Per qualche strano motivo è presente uno stupido cavo di ferro. Non è utile per la progressione e non da l’idea di essere buono neanche come assicurazione. Lo sfrutto comunque incastrando un rampone sulla giunzione, l’altro lo premo contro la roccia dietro. Non è pulito, ma la pulizia in questi casi la lascio ai falesisti al caldo sul Medale. Il cigolio del ferro che slitta sulla roccia non è un segno rassicurante. Purtroppo il calcare fa mancare le più coreografiche scintille. Sono però ormai abbastanza in alto per piantare le picche. Tempo di tirarmi fuori e mi fumo i cinque metri di ghiaccio che mi separano dalla sosta per mettere in tensione anche la parte di corda a cui è appeso Ivo. Il tiro dopo consiste in tre metri di nuotata nella neve, ancora un masso incastrato da superare e poi ghiaccio a 45°. Ivo va da primo e inizia a scaricare un po’ di pezzi di ghiaccio.  Quando iniziano a scendere pure spindrift  (neve ghiacciata fatta cadere dal vento) tiriamo fuori le giacche in goretex e i guanti pesanti.  Dario passa via veloce, io seguo per ultimo. Ultimo masso incastrato. Mentre Ivo va da primo scavo una piazzola per far riposare i polpacci e scatto qualche foto. Il canale sarà largo 3 metri scarsi ed è molto incassato, un ambiente fantastico. Ancora i ramponi  cigolano quando il ghiaccio in cui li avevo piantati salta non appena lo carico. La parte superiore richiede attenzione perché è una lastra di ghiaccio con sopra il vuoto. Le picche lo accarezzano più che colpirlo per paura di sfondare. Subito dopo però mi posso sfogare su una piccola cascata che si è formata. Il resto è una cavalcata su neve semipressata e farinosa  a 60°

 

All’uscita del canale i soci girano a destra, io decido di seguire il piano originale e vado a sinistra per il bobbio. La cresta è immacolata, le uniche tracce presenti sono quelle di un ermellino. Il tratto chiave è semplice, il solito ghiaccio da valanga abbastanza in pendenza da risultare divertente. L’arrampicata, tranne quando la picca rimbalza sulla roccia sottostante è puro piacere. Essere da soli in montagna è sempre un bellissimo trip. Quando fatico, in particolare quando fatico da solo, penso meglio. Saranno gli ormoni che iniziano a circolare (oppure che smettono di intasare il cervello), sarà che il corpo umano è fatto per faticare e quando fatica sta meglio, rimane il fatto che pedalando in bici o camminando o arrampicando in montagna ho sempre le idee chiare. O forse è meglio dire sincere. Posso avere ancora dubbi, le risposte non saltano sempre fuori da sole, ma di sicuro scremo il concetto da cose che non lo riguardano. So precisamente la mia opinione. Cose come il giudizio o i sentimenti altrui mi toccano poco. Faticare ridimensiona anche l’importanza che do alle cose. Se durante un giro so che una determinata persona conta per me, so che cosi è. I giudizi formulati a casa spesso risentono di fattori che in realtà non dovrebbero c’entrare niente. Una dose di pericolo amplifica il tutto.

Un altro tipo di pensieri e decisioni si verifica solo in montagna, almeno nella forma più pura. Quando sono da solo posso prendere decisioni autonome e le scelte sono reali. A differenza di quanto mi succede durante la vita di tutti i giorni in cui le scelte sembrano avere la punta smussata, dove scelgo una cosa e non noto differenza rispetto a prima o alle altre possibilità. Li invece influiscono subito e decisamente sulla mia vita: faccio più o meno fatica, riesco o fallisco,  vivo o muoio. Il fatto di essere da solo mi libera da responsabilità e necessità altrui.  

La solitudine è importante tanto quanto la compagnia, la solitudine è una compagnia, ti insegna a guardarti dentro, ti costringe a guardati dentro.

Cazzo, sto davvero bene. Mi stabilizzo sulla punta dei ramponi, ginocchia appoggiate alla parete. Una delle pose più eleganti sul ghiaccio. Significa che è abbastanza ingaggioso per soddisfare l’ego. Decido di scattare qualche foto, in fondo è presto e il sole non ha ancora iniziato a scaldare niente che possa cadere. Due foto verso il basso e alzo lo sguardo per cogliere il panorama. Bellissimo, tempo stupen… pam! Fanculo!! Un pezzo di ghiaccio delle dimensioni di un pugno è caduto dall’alto centrandomi in un occhio. Impreco contro murphy e tutto quello che mi circonda e mi fermo solo quando mi rendo conto che non mi ha centrato l’occhio buono e che quindi in ogni caso riesco a guidare fino a casa. In più la picca mi ha sorretto e non sono finito in basso. Oggi la pagliuzza corta non è toccata a me…

Il resto è una tranquilla e veloce discesa fino alla macchina. A casa, mente pranzo a un orario pugliese, un socio mi invita a uscire. Il quel momento non ne ho voglia, sono stanco e il mio desiderio è di starmene tranquillo sul divano a leggere o roba simile, quindi rispondo di…si. Mah, misteri della mente umana. Sta di fatto che andiamo da signo. Suo padre conoscendo la mia passione mi passa un libro sui grandi alpinsti lombardi e l’occhio mi cade in particolare su due foto … fanculo! Non gli ho riconosciuti! Ritrovo i due soci del cermenati. E, a parte il fatto che non mi sono ancora arrivate le loro foto, sono stati di un cameratismo stupendo.

Adoro questo mondo anche per questo

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