FTV Redorta – Break On Through (To The Other Side)

Se le cose sono sotto controllo vuol dire che stai andando troppo piano. Cazzo, ero fermo ma le cose non erano affatto sotto controllo. Avevo messo  due viti nel ghiaccio e nessuna delle due era buona. Sopra mi aspettavano 50m di ghiaccio verticale e l’aspetto non era dei più solidi. Il dubbio era di riuscire a passare essendo sicuro al 100% di non volare. Cadendo avrei strappato tutte le protezioni e io e il socio saremmo stati ritrovati al lago di coca. Sotto. Molto sotto. Semplicemente ponendomi la domanda mi ero già risposto. Impiegai cinque minuti, o forse uno, ma lo spazio-tempo in quei casi si deforma, a mettere una fettuccia intorno a una colonnina di ghiaccio. Mi calai e lasciai provare Guido. Che figura, in teoria il ghiacciatore forte tra i due sono io…

Guido viene dallo scialpinismo agonistico. Questo gli ha lasciato un fiato da far paura, una passione per la leggerezza che ben si presta allo stile alpino (in questo lui è decisamente più estremo di me, arriva a nascondere le chiavi della macchina piuttosto che avere qualche grammo in più nello zaino) e una insofferenza per la mancanza di classifiche. È il primo che mi ha fatto notare l’underground di pettegolezzi che caratterizza la comunità dei climber. Sospetto che però lui avverta la cosa in maniera eccessiva anche a causa di un brutto incidente del suo passato. Con un amico fu travolto da una valanga all’uscita di un canale e si rifece la via al contrario. Ebbe la fortuna di sopravvivere e la sfortuna di vedere l’altro che moriva. E immagino che oltre a questo si sia dovuto sorbire le critiche di gente estranea che lo accusavano di imprudenza, di essersi cacciati in un guaio prevedibile,  come si dice ogni volta che qualcuno resta sotto a una valanga, non sempre a ragione.

Lui è dell’idea che le cazzate fatte siano da tacere. Preserva da cattivi commenti quando la cazzata va a finire male. Io ritengo che di questo non può importarmene molto.  Se alla cazzata sopravvivo posso ribattere, in caso contrario non me ne frega più niente e chi è senza peccato mi scagli pure la prima pietra. L’alpinismo è una esperienza personale, al di fuori di schemi o organizzazioni. La sua storia si basa su racconti personali e se a questi viene a mancare l’onestà ne si mina la memoria.

Passo mezzora a scaldarmi al sole appeso alla sosta sperando che i ghiaccioli sopra di me non cedano e sentendo i sibili dei pezzi che manda giù guido. È dal primo tiro che è cosi, un bombardamento continuo di ghiaccio, sperando di non essere preso e di non vedere passare il socio verso il basso.

La cascata si rivela fattibile. Col senno di poi l’avrei fatta sicuramente da primo, ma se la testa mi ha detto di non farlo non era da fare. O ci stai dentro al 100% o finisci in pasto alla gravità.

Il tiro dopo è puro divertimento. Proteggibile su friend. Devo scegliere la via da prendere e la soluzione più logica e  appagante mi sembra che sia quella di tirare su dritto. La via originale traversava a sinistra, noi apriremo una variante. Continuo  a puntare dritto per un divertente diedrino di misto.

Arrivo fino al punto in cui sento "ancora 2 metri di corda". Il ghiaccio è troppo cotto per piazzarci qualcosa. La roccia è marcia. Dopo tutto dovevo aspettarmelo, ero pur sempre nelle orobie. Mi tendo verso sinistra per piazzare un friend ma il risultato non mi da fiducia quindi lo tolgo. La protezione più vicina è almeno 6 metri sotto ed è una vite non troppo affidabile. La penultima è un ottimo friend, ma inizia ad essere troppo distante per essere utile. Le punte delle picche e dei ramponi grattando sulla roccia hanno prodotto uno strano odore. Me ne ricorda uno che ho sentito anni fa, in una terribile giornata di fine gennaio. Dovrebbe scattare un’associazione di idee. Dovrebbe ricordarmi amici che da troppo tempo tra passioni diverse, scuola e concorso trascuro, ma al momento il mio ego è troppo incentrato su di sé.  Riesco solo a pensare di cercare di non far sentire quell’odore a nessuno, almeno non prossimamente. Scendo arrampicando per qualche metro, poi riesco a traversare su roccia fino a riprendere un canalino ghiacciato sulla destra. Piazzo una vita nella crosta gelata e ricomincio a salire. Il "fine corda" mi arriva all’inizio di un pendio nevoso. Guido inizia a seguirmi cercando di tenere la corda tesa. L’idea di dover procedere di conserva senza protezioni intermedie non mi piace quindi mi fermo sull’ultimo tratto di roccia scoperta e preparo una sosta su un chiodo che rimane per metà fuori e un nut che martello con la punta della picca in una fessura.

Arriviamo fuori dalle difficoltà 120 metri dopo su una crestina nevosa. Ci rendiamo conto che ftv è una gran bella via, aveva ragione guido al telefono a preannunciarmi "roba grossa".  Lo stesso giorno dell’apertura mi aveva telefonato proponendomi di ripeterla. La risposta poteva essere una sola, dovevo solo scegliere quale giorno di scuola saltare. È una via dalle condizioni più che precarie. Si è formata una volta in 8 anni ed è rimasta in condizioni per una settimana. Per un po’ di tempo saremo in pochi a poterci vantare di averci strisciato sopra…

Ci fiondiamo in discesa verso il rifugio coca che raggiungiamo mentre sulla presolana rosseggia il tramonto.  La mente stanca non fa partire i ricordi con la dovuta forza. I  ramponi decidono di saltare a pochi passi di distanza l’uno dall’altro. Mi fa incazzare, ma in fondo il loro lavoro ormai l’hanno fatto. Si aggiungono alla lista del materiale danneggiato per l’occasione: un nut, ghette, porta picca dello zaino. La discesa diventa una ravanata in neve ormai molle con la stanchezza che fa cedere le gambe e rende i pensieri un flusso di coscienza ripetitivo e martellante.

 

 Superiamo le ultime valanghe di valbondione  e arriviamo alla macchina alle 9. Vediamo due luci vagare nel bosco dietro di noi. Ovviamente arrampicatori, vista l’ora. Scoprirò il giorno dopo essere lorenzo e simone di onice, ma al momento pensiamo al pinnacolo di maslana. Anch’esso dovrebbe farmi scattare qualche associazione, che questa volta parte, un po’ zoppicante  ma parte.

Il viaggio in macchina vuol dire rilassarsi mentre si beve coca cola (non l’adoro, ma essendo acqua zuccherata va giù) e sentire i muscoli indurirsi.

Il ritorno alla solita routine è strana, come se quei 2 giorni fossero passati da anni e allo stesso tempo fosse da anni che non andavo più a scuola.

Mi sono arrivate email di complimenti che mi hanno fatto molto piacere. Ma a casa non posso spiegare bene quello che ho fatto, richiederebbe di spiegare troppo bene anche i rischi che si corrono. Un compagno di scuola mi mette in imbarazzo chiedendomi come è andata, volendo una risposta sincera e non il semplice "bene". Ma cosa posso rispondere a una persona la cui massima esperienza in montagna è stata qualche tranquilla sciata in pista? Mi trovo in difficoltà a spiegare simili emozioni in 5 minuti d’intervallo e non mi posso attaccare a particolari tecnici, a gradi che non capirebbe (e che in fondo non spiegherebbero comunque nulla). Sono cose complesse che si sentono nello stomaco. L’insieme di fatica, paura, soddisfazione. La gioia per il posto bellissimo in cui ci si trova. Il fortissimo legame che si prova per il compagno di cordata, l’unica persona con reale importanza al momento, e allo stesso tempo i pensieri, quasi nostalgici, che vanno alle persone che quei luoghi ci ricordano. È tutto amplificato (un messaggio da lì non è mai casuale e forse viene davvero dal profondo), e questo ampliarsi e scrutarsi dentro con brutalità è, per quanto a volte doloroso, una volta provato, assolutamente necessario…

Rimane un vago senso di incomunicabilità

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