Dazed and Confused

Tutte le azioni sono essenzialmente ignote [Nietzsche]

 

Il vento passa tra le file dando un po’di sollievo dopo la corsa. Il sudore colando negli occhi provoca un fastidioso bruciore, ma le mani invece che detergerlo devono restare intrecciate dietro la schiena. Rivoli scendono dalla nuca dell’aspirante davanti a me andando a bagnare la mimetica sulla quale ormai, oltre alle varie tonalità marroni, verdi e kaki, compaiono aloni salini bianchi. <<At-..>> 30 teste scattano verso l’alto. <<..-tenti>> le gambe sinistre si alzano e ricadono all’unisono mentre le braccia scattano attaccate al corpo

<<Siete stanchi?>>

<<signorno>>

<<non vi sento!>>

<<SIGNORNO>>

<<bene. e quando battete il piede voglio che il colonnello scenda a lamentarsi che il rumore gli ha fatto venir mal di testa! Ora, a riposo, a partire dalle file esterne..>> (e i primi delle suddette file alzano il braccio e urlano <<comandi>>)<<..adunata alle 13.27 ai giardini d’inverno. Primo plotone RI-POSO>> Un unico colpo indica che il plotone è tornato sulla posizione del riposo mentre le file esterne iniziano a scattare. E scatto anch’io, seguendo gli altri dentro l’edificio, su per le scale (lontani dal corrimano che non ci è permesso toccare) lungo il lato destro dei corridoi. Veloci, che si è di sicuro in ritardo! Un continuo rumore di anfibi contro le piastrelle. <<Clip>>

Ho passato la corda nel moschettone. La posizione comoda mi ha permesso di fermarmi a mettere un nut e di riconnettermi alla realtà, uscendo dalla bolla in cui mi trovavo. Nei momenti di relax sono sulla cima Baffelan, nelle piccole dolomiti. Quando arrampico torno a Modena. Certo rischiavo meno là.. Se il nut non dovesse tenere farei un bel voletto, probabilmente prendendo la cengia sotto. Siamo in mezzo alla nebbia, la roccia è bagnata,  le protezioni sono distanti e non tutte affidabili. Però la mattina ho scelto io quanto tempo impiegare per far colazione e prepararmi. Il letto l’ho lasciato sfatto e non mi sono sbarbato. Però mi sento un fancazzista universitario che rischia per motivi futili. Però nessuno oggi mi cazzierà o mi punirà per i calzini non spigolati. Però ieri 6 parà sono morti in Afghanistan, e il posto dove vorrei essere adesso è il mio plotone, qui mi sento un fottuto imboscato. Però li rischiavo di finire assegnato a commissariato o posti simili e dover scegliere se perdere un anno o passare la vita in ufficio. Però li in 2 giorni si era formato uno splendido spirito di gruppo, mentre all’università dopo 3 settimane disprezzo ancora i miei colleghi. Però in fondo non è colpa loro. Però non so neanche io

 Il quarto tiro si presenta come una fessura-camino che forma un arco strapiombante. L’acqua gocciola dai bordi. L’ipotesi di salirla è quindi da scartare. Sulla destra c’è una parete con qualche spit, ma è anch’essa un pisciatoio. Ancora più sulla destra la parete sembra avere qualche punto debole, e un diedrino in alto dovrebbe permettermi di proteggermi. Incoraggiato da Nicola inizio a salire. In basso trovo un chiodo piantato li chissà quanto tempo prima, ma sembra non fare parte di una via non essendo seguito da altri. Continuo a salire. La roccia si rivela friabile, e i ristabilimenti su piccole zolle di terra piuttosto precari. Azz.. in alto, nascosto dal basso, si vede ora che vado verso un tetto.. Scendere arrampicando è impossibile, farmi calare anche, visto che non sono ancora riuscito a mettere una protezione. Continuo a salire. Sono a venti metri da Nicola, con la corda che sventola libera verso il basso..Il diedro si rivela essere senza fessure in cui possa piazzare qualcosa. La testa inizia a preoccuparsi, non sono in giornata. Arrampico male, mi da fastidio l’umido e l’assenza di protezioni. Mi blocco per un attimo indeciso sul da farsi. Poi mi costringo ad avanzare, panicare non serve a nulla. Continuo a salire, risucchiato verso l’alto, perché verso il basso ci può essere solo dolore e morte. (uhm, dovrei raccontarlo al parroco, potrebbe utilizzare la metafora.) Continuo a salire.

L’aula è troppo  calda,  e la mimetica è pesante. Il che, dopo una mattinata a muoversi unito a una lezione noiosa rischia di conciliare il sonno. Sono in prima fila, ma tanto essendo rialzata siamo tutti ben visibili, e partono cazziatoni per posture poco consone. In pratica la schiena non è mai possibile piegarla all’interno dell’accademia.. Ho un principio di abbiocco, prendo appunti distrattamente. Quando me ne accorgo mi tiro un pizzicotto per risvegliarmi e mi affretto a leggere la diapositiva stringendo gli occhi per quelle cazzo di scritte minuscole. Il danno è fatto. Il tenente

Calvisi, del 3 plotone mi si avvicina. È un tappo ben piantato, dell’aeronautica dell’esercito, con l’angolo della bocca sempre deformato da una smorfia cattiva. <<lei>> dice guardandomi. Scatto sull’attenti picchiando le ginocchia sul tavolino <<Comandi signor tenente! Aspirante allievo ufficiale Alessandro Monaci, 1 plotone, 1 compagnia, 1 battaglione! Comandi!>>

Mi si avvicina a pochi centimetri dal volto, andando verso l’orecchio. Odio quando fanno cosi perché non riesco più a guardarli negli occhi. Tanto più che qui sono rialzato rispetto a lui e devo guardare verso il soffito.. <<trova la lezione noiosa? E perché non batte il piede? Rimanga sull’attenti, cosi vediamo se le grinfie di Morfeo l’abbandoneranno>>

Il rovo mi punge mentre gli giro intorno un cordino. È un cespuglietto di si e no 20 cm di diametro, con un tronco di mezzo pollice. Lo potrei strappare senza sforzo. Il moschettone lo metto più per non far gravare tutto il peso della corda sull’imbrago. Continuo a salire. Una foto verso il basso sarebbe parecchio adrenalinica, ma non sono in vena e nelle condizioni di tirare fuori la macchina. Il muretto dopo è a tacchette bagnate.. Ahia, qua va a finire male. Non sono concentrato al 100% su quello che ho davanti. Penso troppo a eventuali conseguenze di una caduta.. ed è facendo cosi che poi la gente si ammazza. Starci dentro solo al 98% significa finire in pasto alla forza di gravità..

Che cosa futile ammazzarsi per alpinismo. Su un monte semisconosciuto tra l’altro.. ho scoperto della sua esistenza solo questa mattina..

Salgo ancora, e finalmente vedo una clessidra con un cordino sbiadito, ma nonostante ciò dovrebbe tenere. Per arrivarci c’è da superare un muretto di V, forse nemmeno. Le tacchette sono viscide. Provo ogni movimento una decina di volte. Accarezzo la roccia per scoprirne le rugosità come fosse la mia ragazza, forse anche di più. Ne sento l’odore. Il mondo conosciuto si restringe ai 4 metri che ho davanti, il resto è un sommesso flusso di coscienza nel retro della mia testa. Mimetiche, volti, suoni. Gli ultimi 2 o 3 movimenti sono troppo precari perché da li possa tornare indietro, mi ci devo buttare sperando che le tacchette che vedo siano effettivamente tali e non si rivelino svasi intenibili.. alzo il piede su un appoggio viscido, la mano sinistra trova qualcosa, la destra no.. Fanculo, il cordino è poco più su, non posso cadere proprio adesso! Posizione troppo precaria per pensare. Lancio.

<<Allievi e aspiranti allievi del primo e terzo battaglione, At-tenti.>> I vecchi ed eleganti lampadari della sala mensa tremano. << Allievi e aspiranti allievi del primo e terzo battaglione, Comodi!>>

Che presa per il culo. Ci si siede si, ma di comodo non c’è niente. 4 dita dallo schienale e altrettanti dal tavolo. Schiene ritte e galateo come se dovessimo pranzare con il re. E risalenti al 700 ci sono pure i servitori.. Il personale civile della mensa che non potava parlarci è stata probabilmente la cosa che meno mi è piaciuta di Modena. Poi, non so perché, ogni tanto passava qualche civile nullafacente.. Il primo giorno dei bastardi giornalisti hanno passato il tempo a far foto e filmare i primi cazziatoni e implotonamenti. Gli altri giorni c’erano invece turisti, venuti a godersi lo spettacolo di gente che corre in giro e sviene in piedi.. Bastardi. Li odiavo perché apparivano sciatti, non vivevano attaccati ai minuti dell’orologio e perché potevano guardare fuori dalle finestre, cosa a noi proibita.. I pasti scorrono veloci, anche troppo. In venti minuti si cerca di mandare giù quanti più liquidi possibili e di arrivare alla frutta prima che l’ufficiale addetto urli <<RITTI!>> E si ricomincia a correre..

 La nebbia c’inghiotte mentre scendiamo. Una doppia dopo l’altra. Riconsegnandomi alla pianura con li stessi dubbi che avevo prima, sapendo che mi sarà difficile riallacciare tendini tagliati prima e durante l’accademia, che in una settimana di tempo oggettivo, ma percepita come un mese, mi ha cambiato non poco. Ma con la consapevolezza di avere accanto una persona che mi evita di cadere nell’apatia e di avere nell’alpinismo una valvola di sfogo, che per quanto possa sembrare paradossale è la cosa che più mi preserva integro. Almeno fino a ché i chiodi terranno…

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