Desecration Smile

Il primo colpo d’occhio che si ha di Milano entrando in stazione centrale è quello giusto.
Palazzoni maltenuti e sporchi. Vestigia del passato ricoperte di cartelloni pubblicitari dal dubbio senso artistico. Gente che corre e barboni che chiedono l’elemosina o semplicemente esistono sulle panchine marmoree della belle époque. Umani che chiedono soldi scandiscono il mio viaggio verso l’università: si inizia dal ragazzo grassottello a cui per la millesima volta hanno rubato il portafoglio e chiede spiccioli per tornare a casa (“è un mondo darwiniano amico…”) Si passa poi davanti agli indiani che vendono paccottiglia all’entrata della metro e rom che taglieggiano chi compra biglietti alle casse automatiche.
Gli zoppi sui vagoni sono tutti uguali: chi spezza loro il ginocchio ha la stessa fantasia dei violinisti che massacrano Mozart o Vivaldi sbagliando tutti le stesse note. Il centro è invece territorio africano, dei neri cambia solo il prodotto: braccialetti davanti il duomo, pseudo-libri dietro, accendini all’ingresso della statale. Il loro “ciao boss” per quanto sfottò lo si può accettare, ma quando mi chiamano “dottore” tornerei indietro a picchiarli. Una volta entrati nel paradiso della cultura bisogna zigzagare tra ciellini (“mi facevo le canne ma poi ho scoperto Dio e ho smesso””mi spiace”), venditori di corsi per la lettura rapida (“non studio, sono qui per sturare un bagno”) e i coerentissimi studenti dei circoli operai marxisti. In genere un “mi spiace, ho smesso” li disorienta quel tanto che basta per passare oltre indenni.
Il resto è una fauna di cinerei bipedi perennemente di corsa che considera il top dell’eleganza assomigliare ad un becchino (d’altronde Milano è pure sempre la capitale della moda). Non li vedo neanche come persone, sono ostacoli mobili sul mio tragitto, vecchie e bambini sono solo oggetti più facili da prendere a gomitate. Per fortuna qualche bella studentessa poco vestita rallegra la vista. Cosa? C’è una persona, un’anima e dei sentimenti dietro quel bel paio di gambe? Sarà… ma non è quello il luogo per approfondire la questione.
I compagni dei corsi non danno sollievo: la percentuale di persone intellettualmente stimolanti è uguale a fuori, se non inferiore. Trovo scandaloso che la gente mi guardi strano quando dico che per un contemporaneista l’economia è più importante della letteratura o del latino. Disprezzo gli storici che si vantano di non aver un buon rapporto con la matematica. D’altronde mi dicevano che ero fuoriposto ad ingegneria, posso sopportare di farmelo dire anche qua. Oltre alle discordie accademiche mi deludono come persone. Contenitori vuoti, il cui unico scopo sembra esistere. Nessuna passione viscerale (una qualsiasi cazzo!), nessun sogno o desiderio particolare per cui impegnarsi. Sembrano già le professoresse tristi e frustrate che forse diventeranno. O ti parlano di progetti che stonano vistosamente col loro stile di vita attuale, e per i quali non sembrano fare nulla per concretizzarli, o ti parlano di ragazza fissa e stabilità. Forse sono io immaturo, ma a vent’anni discorsi simili mi angosciano. Nessuna pulsione per puntare al massimo, basta stare benino (neanche bene) con quello che si ha e si punta a mantenerlo. Ok, va benissimo, scelta tua. Ma poi non passare il tempo con me a lamentarti di come non sei soddisfatto.
Le cicatrici sulla mano mi ricordano che il mio mondo è qualcosa di più di una semplice firma sul registro di un corso a frequenza obbligatoria. Mi ricordano la bella linea di fessure e diedri che ho scalato il giorno prima. I muscoli stanchi mi danno un senso di pace e tranquillità: non potrei sopportare tutto questo senza l’endorfine che rimangono dopo l’adrenalina. Sì, è un’attività stupida e inutile, molto più di molte altre. Ma almeno mi da qualcosa, mi forma (forse in peggio, ma almeno lascia un segno), mi spinge a spingere e migliorarmi. Crea una fastidiosa ma bramata introspezione.
Il treno riparte. Un altro giorno andato e le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri. Mentre sprofondo nel sedile bisunto di un vagone troppo caldo e pieno penso che almeno fino a settembre non avrò più la gola sempre irritata dalla radiosa aria all’ombra della madonnina.

Si, sono proprio triste che siano finite le lezioni

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