The Crystal Ship

Un campanile sudtirolese mi riempie la finestra. Le tegole verdi della chiesa, il camposanto con le ferree croci e i fiori che emergono dal velo di neve gelata ne sono la naturale cornice. L’abete decorato ostenta la sua salute vicino alla fontana ottocentesca che rigurgita acqua nella piazza silenziosa. Le ombre sono allungate da un sole basso e rosso. Il rumore della porta mi spinge a girarmi: Lei esce dalla nostra stanza.

Dopo più di due anni insieme ottiene, o chiede, il permesso per dormire fuori sola con me. Il ritardo di Nicola e Alessia che dovrebbero trascorrere con noi questa vacanza oggi si misura col calendario, e ciò ci permette di avere un giorno solo per noi.

È rilassante. È bellissimo. Ed è la mia vita. In senso letterale. Ho sempre avuto un buon rapporto con i miei, ma di certe cose con loro ho sempre parlato pochissimo. Le mie scelte, le mie strade, la mia vita al di fuori della famiglia penso competano poco o nulla a loro ormai. Non li ho interpellati per le mie scelte riguardo all’esercito per esempio. Mia madre l’ho chiamata a Modena solo per il mio ultimo giorno di libera uscita. Avevo già deciso di andarmene ed è stato un modo per dirle: “vedi? questa è stata la mia vita in divisa”. Con le ragazze uguale. Mai presentate ufficialmente. Mai invitate a pranzo o feste tra parenti. Sono la mia “famiglia” esterna a quella d’origine. Competono me. Sono una mia scelta.

Lei in verità non è stata una scelta. Nata come una leggera storia estiva tra chi doveva partire per il palazzo ducale e chi per la puglia, al mio ritorno l’ho trovata ancora lì. E ho trovato in Lei un bel rifugio, saldo e sicuro, in un momento in cui mi sentivo annullato negli obbiettivi che mi ero inciso nelle membra. Caduti i progetti mi erano rimasti solo i valori e Lei era una persona carica di tensione morale. Avevamo visioni diverse, o forse anche più simili di quello che pensavo ma declinate in maniera diversa. Però compatibili. E il rapporto mi dava conforto e sentimenti che col mio stile di vita bramo dagli altri: tranquillità e stabilità prima di tutto. E senza che esse si trasformassero in banalità.

Uscendo dal piccolo e curato B&B il giovane gestore ci indica la strada per un buon ristorante di Fiè. La passeggiata in un bel paesino tirolese, all’ombra del cielo stellato, con la neve che riflette pallida i festoni natalizi ti fa sentire come di primavera sugli alberi le foglie. Perché con lei sto meglio che da solo?

La situazione aiuta: in vacanza organizzata da me, con la mia auto, pagata con i miei soldi ottenuti con il mio piatto lavoro (tentativo di autoassoluzione tramite contrappasso?) con una persona scelta da me. Mi fa sentire indipendente, libero. Posso benissimo vivere senza di lei, ma con lei sono più completo. O forse più definito rispecchiandomi nei suoi sentimenti. L’immagine che vedo riflessa mi restituisce l’idea che una persona che davvero mi ama ha di me. E questa immagine mi conforta, mi rende chiari altri aspetti della mia persona, oltre che appagare il mio vorace ego.

Uscendo dal paesino la neve guarisce dalla sua varicella multicolore per passare a una tinta cerulea. Il lenzuolo sui campi ha onde non dissimili da quelle che abbiamo lasciato sul letto in camera. Adoro il colore tenue della pelle liscia in penombra. Le leggere sfumature evidenziano le linee di un bel corpo femminile. Liscio, delicato, morbido (cosi diverso dal mio: rigido, con i fasci muscolari e le vene che l’ombra evidenzia invece che nascondere). I suoi fianchi leggeri che circuisco con un solo braccio. Le proporzioni giuste e slanciate. La curva del seno. Le mie dita callose e rovinate dall’arrampicata sembrano distantissime dalla pelle delicata che accarezzano. Poco trovo di più dolce dello sguardo di una ragazza che si allunga ad occhi chiusi per baciarmi la barba.

Il ristoratore sardo era più vicino al suo paese natale lì tra i monti di Bolzano che io a Lei ora. La differenza tra predicare un’ideale e applicarlo sta nel bisturi. Tagliare quello che non va. Sono circondato da gente che mi dice che si accontenta, o che senza dirlo lo fa. Salvo poi lamentarsi, tradire o semplicemente vivere inappagata. Paura della solitudine o solo ignavia? Io sono diverso. A un concerto di Dente la successione delle canzoni mi entrava nello sterno al ritmo della batteria senza riuscire a tirarne fuori una sola immagine di donna da associare ai testi, alle sensazioni. Non Lei, non altre, passate o desiderate, mi venivano agli occhi. Nulla. Che senso poteva avere quindi rimanere quando il desiderio si trasforma in vincolo? Il pragmatismo forse sarà caduto nel cinismo. Semplici crepe si sono trasformate in voragini. Ma più il tempo passa e più le crepe rendono fragile un’intera struttura.

La neve si alza dalle punte degli sci arrivandomi in faccia. Il vento me ne porta altra sulle lenti degli occhiali mentre cerco di tenere la velocità di Nicola. Sassopiatto e Sassolungo violentano di nero il rosso tramonto sudtirolese.

Sciare in pista mi piace e rilassa: nessuna fatica a salire, nessuno stress per pericoli oggettivi o prestazioni obbligatorie. Non mi riempie e appaga nel profondo come l’alpinismo, ma solo una leggera tensione estetica (scendere è diverso da sciare, derapare non è condurre!) e il peso del portafoglio che s’alleggerisce possono darmi qualche sensazione negativa. Il resto è gusto per la velocità, la compagnia e i progetti futuri che s’immaginano nelle tracce lasciate nel fuoripista. Seguo “biscottino” verso un canalino con delle gobbe da saltare. Prima ci sono uscite bene, ma siamo sempre bisognosi di migliorare. Cerchiamo maggiore verticalità e rapidità. Fletto le ginocchia per il primo salto. La gravità sommata alla velocità mi abbassa con cattiveria nella compressione prima della leggera risalita. Decollo per riatterrare equilibrato sui due sci.

Mi mancano le sue belle gambe. La sua tenerezza unità a una sincera bontà. Il suo accoccolarsi contro di me. I suoi vestitini estivi e la sua abbronzatura delicata e sfumata. Però forse è un ricordo idealizzato, come il bel gesto che penso di fare per correggere la traiettoria verso la terza cunetta. Non esistono, sono solo mie proiezioni semplificate ed epurate dalle imperfezioni. E so che negli ultimi mesi Lei non era così. Resta insopportabile la consapevolezza del dolore che le ho fatto provare.

L’ultimo atterraggio va bene. Mi rialzo col busto e nel mentre mi accorgo che mi sono dimenticato dell’ultima montagnola. Impreparato mi siedo leggermente sulle code. Le punte finalmente libere schizzano verso l’alto. Esco dal salto troppo veloce, atterro benino su uno sci ma l’altro non so cosa fa. Bianco. Freddo. Ovattato. Un colpo al gomito. Per il resto silenzio se non il leggero scricchiolio della neve

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2 risposte a "The Crystal Ship"

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