Descrivendo dei Fantasmi di Pietra

Il vagone della metro sferraglia nel sottosuolo. L’immagine riflessa nel vetro mi restituisce una barba non tagliata e occhiaie troppo grosse (segni entrambi d’un weekend passato in maniera degna). Il finestrino è lurido, ma il suo grigiore non può competere col cielo di Erto. Per chi non lo conoscesse potrei dire che sta sopra Longarone, ma non cambierebbe molto. Qualche risultato in più lo otterrei con “in provincia di Pordenone”, ma il vero motivo per cui il mondo si ricorda di questo paesino di meno di 400 abitanti è Mauro Corona. E il mondo si ricorda di Mauro Corona per la tragedia del Vajont.

Le porte si aprono e seguo la fiumana a tinte spente che passa sotto Torre Velasca (i disastri ambientali non colpiscono mai gli edifici giusti). Entrare in università non mi trasmette nessuna emozione.
L’arrivo nella valle sembra invece essere stato disegnato dallo scultore: una galleria che puzza ancora di fine anni ‘50 col suo cemento che non nasconde la roccia sottostante e le infiltrazioni d’acqua; lapidi con foto ovali in bianco e nero illuminate da un lampione arancione; una falesia (con tiri interessanti); la famosa diga. In realtà c’è anche la frana. È lì, davanti ai tuoi occhi, solo che non la distingui. Le dimensioni sono tali da fartela scambiare per una collina. Solo la posizione, al centro di una valle fluviale, fanno nascere il sospetto che qualcosa non quadri.

A Milano tutti chiedono denaro. A Erto tutti vanno a chiedere di Lui. E perfino le pietre rispondono.

Erto

Il paese vero è morto il 9 ottobre di 50 anni fa. Era bello. Il tentativo di ricostruzione di quello nuovo alimenta la mia idea d’introdurre la pena di morte per gli architetti.
Ci sono un municipio, due bar-ristoranti e il laboratorio di Mauro. Da fuori la colata unica di cemento non permette di distinguerli. L’interno invece sì. Il laboratorio è chiaramente quello di uno scultore ligneo. Trucioli e mobili in giro. Una stufa che sbuffa calore. Libri e attrezzatura per alpinismo dimenticati in giro con una finta trascuratezza. Ed è per questi che io mi trovo qui. Potete bussargli, ma non vi aprirà. Forse potreste seguire l’esempio di alcuni predecessori e scrivere sulla sua porta (in vetro, perché così fanno le persone riservate), ma vandalizzare la casa di uno che lavora con l’ascia potrebbe essere l’ultima cosa che fa un vostro arto. Alla fine l’idea migliore resta quella d’essere una troupe della Rai. Ma dicono che anche la richiesta di un autografo paia funzionare.

Aspettando il treno mi godo il primo vero sole caldo dell’anno. I palazzoni di Lambrate mi ricordano che qui non ci si libera mai davvero della sensazione d’essere in una città grigia. A Erto non riesco a perdere la sensazione d’essere in un sacrario. Inizia a nevischiare.

Le persone famose non disprezzano mai una bella ragazza che chiede un autografo. Corona sembra non disdegnare nemmeno quattro ragazzi. Preferiva la coppia barbauta o quella con occhiali stile hipster? Non è dato di sapere. L’incontro avviene ovviamente al bar. Imboccato da Feninno, che per rompere il ghiaccio annuncia la presenza di un arrampicatore nello strano gruppo, mi guarda ed esordisce con un <<Tu arrampichi, te lo si legge in faccia>> <<Già, è una brutta malattia. Come il vaiolo>> Sembra non cogliere, ma anche il più orso degli arrampicatori non perde occasione per parlare con un suo simile. Discutiamo solo d’arrampicata, quindi percepisco come i soci si sentano esclusi dalla scena per cui abbiamo percorso 600km. E annoiati, giustamente. Lui in fondo non mi dice nulla d’interessante, sono i soliti discorsi che mi potrei aspettare da un “vecchio” che in fondo è uscito dal giro. Ora lo diverte altro, lo capisco anche. La figlia lo guarda con insofferenza mentre sento le uniche due cose che mi colpiscono. Una riguarda delle cascate, e quindi me la tengo per me. L’altra è un elogio a Bruno ‘Camòs’ Tassi che non m’aspettavo da un residente nel Nord-Est. Arrampicava forte, ma Mauro per la placca lo mette al di sopra del mito locale: Manolo. Forse è una questione di animi affini. Ci offre un giro di grappa e se ne va.

A Milano l’humus umano che invecchia e fertilizza un luogo non esiste più. Mi guardo in giro e non vedo nessun milanese. Nelle valli lombarde sta morendo una cultura secolare in meno di una cinquantina d’anni. A Erto è successo in quattro minuti. Chi è sopravvissuto all’onda se n’è andato per non tornare. Le poche eccezioni vivono di turismo grazie a Paolini e ai curiosi per il VIP locale. I falesisti non fanno indotto. I boschi circostanti e la ricezione non invogliano le famiglie a spendere lì il loro Agosto. Dei pochi paesani che incontriamo nessuno ci rifiuta un’intervista. Tutti ci pagano da bere.

Quando arriviamo a Longarone è ormai  sera e il nevischio s’è trasformato in pioggia. Raggiungiamo il cimitero. Le tombe sono bianche e ordinate come in un cimitero militare anglosassone. Nessuno in giro. Perfino metà dei cadaveri sono assenti: mai trovati.

di Santino Mineo
Foto di Santino Mineo

I due filmaker riprendono mentre percorriamo a passo lento il viale fino alla piccola cappella. È ancora più buia dell’esterno. Anche il rumore della pioggia scompare. La torcia del mio nokia illumina in alternanza le foto di quei giorni stampate sul vetro. Una casa mezza ricoperta di fango. Buio. Una chiesa. Buio. La folla dei soccorritori. Buio. Il letto del Piave. Buio.

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