Sonata a Kreutzer

Sei bella e malinconica come una giornata di sole a Milano. Da zittire col vino.
Dovrei farlo, al posto di stare a sentire le tue pippe mentali. Invece resto sdraiato a occhi chiusi sull’erba. Sento il sole bruciarmi un lato del volto, e il tuo discorso che ti ostini a definire non filosofico. Dovrei interromperti, magari con quel tocco d’arroganza che tiravo fuori quando parlavamo di argomenti finto-intellettuali.

Tu sei sui gomiti e fumi. Vedo il tuo profilo. Le ciocche di capelli mischiate coi raggi del sole (hanno quasi lo stesso colore), la bocca minuta, col tuo labbro inferiore che avrei voluto tanto baciare. Sei a disagio. Sotto gli occhiali da sole vedo i tuoi occhi socchiusi. E allo stress rispondi glissando. Ormai saprai che fuggire è una politica che non mi piace. Come odio chi si lamenta della situazione che lui stesso crea.

È una di quelle rarissime volte in cui un tuo discorso mi delude; forse la prima in cui lo fa in maniera così profonda. Giri in torno al problema, sdrammatizzi. Accenni a qualcosa del tuo passato, ma non m’interessa. Sapevo cosa volevi fare. E come sarebbe andata con la mia iniziativa. Ma sai, odio le situazioni a metà. Preferisco tagliare l’incompiuto e dire di quello che resta <<ecco, è definito>>. Farlo adesso vuol dire evitare che i nodi diventino troppo dolorosi. Come dici tu peso i termini, e quindi ti sarai accorta che sono andato oltre il mio solito vocabolario. Ci vado pesante: non ho niente da perdere e voglio gustarmi fino in fondo l’addio. Sono emozioni anche queste, viscerali e profonde: non sprechiamole.

In verità non mi vorresti congedare, sono io ad autoescludermi. E mi odi per questo mio estremismo che non rispetta le tue esigenze. Mi racconti zoppicando cose che per me hanno poco senso. Forse non le ascolto neanche e mi perdo nell’osservarti mentre aspiri troppa aria per buttare giù il fumo. Non ti ho fatto domande sul perché tu abbia questi mostri sotto il letto. Ma non t’ho chiesto nemmeno di prenderti cura di me. Sono autosufficiente, sicuramente più di quanto non lo sia tu. Ti avrei voluta accanto perché mi dai qualcosa in più, mi arricchisci. Poche ore insieme riuscivano a cambiarmi la giornata. E sei riuscita perfino a farmi scoprire scorci di Milano che, sì, mi tocca ammetterlo, sono belli. Però devo anche confermare la mia teoria sul fatto che i rapporti interpersonali qui durino solo lo spazio di un semestre. Vedi? Non sbaglio. Come non ho sbagliato a regalarti Joseph Roth per il compleanno: si adatta bene.

Peccato. Poteva essere bello, ne sono abbastanza certo (e come tutte le cose intense sarebbe costato molto). Mi piace il tuo stile. È  particolare, non lo troverò facilmente in un’altra ragazza. Ha probabilmente cambiato l’asticella che segna quello che mi posso aspettare da una donna. Ma anche da un rapporto con una persona in generale. Non vedrò più i tuoi occhi, che quando sorridi mantengono quella velatura malinconica (o forse è accondiscendenza?). In compenso non avrai più a che fare col mio sguardo, che ti metteva così a disagio. Forse è meglio così, in fondo le belle ragazze non mancano, anzi.

Perché lo scrivo? Perché so che t’infastidirà. E punzecchiarti m’ha sempre dato piacere. Ma non quanto sapere che sarai ricordata come la ragazza dai pantaloni a zampa d’elefante, le camicie vintage, i film sconosciuti che non guarda nessuno tranne te, il cucchiaino leccato prima di bere il caffè. E per la tua bellezza, incredibilmente semplice e fine. Ma questo non lo ammetterò mai.

parapaperera parapaperera parapaperera (cit. // )

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