Il fato non sussiste

Sono sul tram e non so il perché. Sferraglia lento per Milano e nella pioggia. Nei suoi binari l’acqua si mischia alla sabbia dei freni, trasformandosi in fanghiglia. Anche l’interno s’intona alla mia giacca beige: le pareti di legno, il cartello “non sputare” e il posto “riservato ai mutilati di guerra” fanno inciampare le sensazioni nel passato. Il vivace bambino in parte a me è insensibile a questo richiamo, attratto solo dalle caramelle nella borsa della nonna. Probabilmente è appena uscito da una scuola elementare, e anche questo mi riporta indietro.

Il vagone riparte a scatti. Il rumore della pioggia è sovrastato da quello delle ruote. Osservo dal finestrino gli ippocastani salutare col vento, quando una ragazza mi si siede di fronte. Chiude l’ombrello col laccetto e si passa una mano fra i capelli, buttando indietro la testa in un gesto di stanchezza. Alcuni di essi sfuggono alla capigliatura ordinata; ondulati li vedo pendere in aria, increspati dall’umidità. Le leggere sfumature rosse si scuriscono nella luce calda e gialla delle vecchie lampadine. Il viso è dolce, leggermente abbronzato. Le orecchie sono piccole e tonde, il naso invece un po’ grosso, ma dà un tocco di realtà alla sua bellezza.
Tiene gli occhi chiusi ancora per un momento, mentre è leggermente scossa dalle vibrazioni dei cambi dei binari. Mi sento vicino a quel suo momento di pausa. Sempre ad occhi chiusi porta una mano sul bavero del trench per chiuderlo meglio sulla gola, fatto questo apre le palpebre e incrocia il mio sguardo fisso su di lei. Resta stupita un attimo, probabilmente cercando di ricordare il mio volto, poi mi sorride. La spontaneità della sua espressione mi mette quasi a disagio: da spettatore esterno sono entrato nella scena.
Un vecchio mi toglie dall’imbarazzo passando per il corridoio, interrompendo così il contatto visivo. Quando questo si appresta a scendere, la rivedo piegata sulla borsa. Estrae un vecchio libro di una biblioteca, un’edizione della narrativa Adelphi. Muoio dalla curiosità di leggerne il titolo, ma la miopia mi ostacola. Vedo però i suoi occhi seguire le linee dello scritto, fermandosi di tanto in tanto a fissare il pavimento segnato dagli anni e dai tacchi. Poi alza leggermente il viso e mi sorride di nuovo, candida ma non timida.
Sono a disagio, non so come agire. Vorrei alzarmi, attaccare bottone. Sedermi vicino a lei e dire qualcosa d’interessante sul libro o sulla lettura. O esordire con una citazione romantica? Spiazzarla con la banalità del genere: «Che tempo, eh?» «Orribile» «Beh, in questo momento proprio non mi pare».
Nel frattempo assaporo l’atmosfera che s’è creata, e la luce del giorno ormai plumbea.
La carrozza pian piano si riempie, senza mai impedirmi di vederla se non per brevi istanti. Poi torna a svuotarsi. Scende anche il bimbo, felice col suo lecca-lecca in mano. Inizio a sentirmi inquieto: scenderà anche lei alla mia fermata? Le offrirò l’ombrello o chiederò di ripararmi sotto il suo fingendo che il mio sia rotto? Lo guardo e mi accorgo che distrattamente l’ho fatto sgocciolare sulla borsa per tutto il tempo. Mi chino per raccoglierla, quando con la coda dell’occhio noto che lei ha fatto lo stesso. Mette via il libro – finalmente vedo il disegno in copertina – apre il laccetto dell’ombrellino e si alza. Devo dirle qualcosa. Cerco veloce un biglietto da visita nella tasca: potrei darglielo mentre mi passa accanto. O fermarla con un «scusa, ti è caduto questo» e, togliendolo spudoratamente dalla giacca, consegnarlo nelle sue mani.
Lei è più veloce. La porta s’è aperta e ed è in procinto di scendere. Si ferma, mi guarda, sorride ancora e mi dice allegra «Anch’io odio i piccioni di Milano», poi salta giù.
Mi volto a guardarla, ferma sul marciapiede mentre il tram si riavvia. Apre l’ombrello e inizia a camminare. Quando incrocia il mio sguardo mi sorride un’ultima volta, alza il braccio destro in aria, s’allunga sulle punte e mi saluta raggiante. Poi abbassa gli occhi e s’avvia per una stradina laterale. Sospiro e ritorno a fissare nel vuoto di fronte a me. Solo adesso noto la stranezza delle sue parole. Un dubbio mi scatena un’ondata di rossore sul volto. Lo sento bollire mentre mi giro a guardare la spalla. Capisco.
Merda…

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