Massiccio e allenato

Lui non disse niente, bastò lo sguardo per fargli capire che non era così che si arrampicava. Allora iniziò ad allenarsi. Due settimane dopo gli avambracci erano già gonfi quando passò a prenderlo.
Con pazienza si svegliava di buon ora ogni mattino, faceva stretching, rispettava le schede d’allenamento. Nessuno in falesia aveva accennato a questo, ma per precauzione smise anche di fumare. Voleva migliorare, reggere il confronto con quel socio così forte e ammirato. Voleva salire i suoi tiri, e dire “blocca” soltanto in catena. Il grado s’alzava sempre di più, i progetti lavorati iniziarono a cadere. Ma, anche se le sue occhiate si facevano via via meno severe, non chiese più al vecchio compagno di cordata di andare a scalare insieme. Prima voleva essere certo di esserne all’altezza o, sogno non espresso, di poterlo addirittura superare.
S’allenò sempre più duramente. Al mattino s’alzava sempre prima per poter fare ancora più esercizi a secco; tutte le sere passava almeno due ore su plastica. Le punta delle dita iniziarono prima a dolere, poi a diventare insensibili. Non se ne preoccupò, anzi ora stringere tacchette provocava meno dolore. Freddi e insensibili divennero anche i piedi, dandogli la possibilità di calzare scarpette ancora più strette e per più tempo.
Si comprò un trave. Poi vendette i mobili del soggiorno (i pochi libri di montagna potevano ben stare in uno scatolone) e al loro posto mise un pannello. Ritornava utile, visto che era sempre più difficile trovare qualcuno con cui legarsi. Mal sopportava chi aveva un grado più basso del suo e quelli che scalavano solo per divertimento. Ma soprattutto non poteva accettare le birre al rientro.

boulder

Si trasferì in Valle. Le giornate passavano fra roccia, casa e altra roccia. Ormai gli sembrava di conoscere ogni blocco di fondovalle, ogni via e fessura delle pareti dei dintorni. Il sole comprometteva l’aderenza, iniziò quindi ad arrampicare solo in settori in ombra. La pelle, dal bel dorato che aveva, divenne sempre più pallida e grigiastra. Ci diede poca importanza, come alla caduta dei capelli. Anzi, non capiva proprio come ci si potesse preoccupare per cose così poco significative per la prestazione sportiva. Era orgoglioso della sua epidermide, ormai così dura e ruvida da non avere più bisogno del nastro nemmeno dopo intere giornate passate sul granito. Non si faceva la barba e non si lavava neanche più. A cosa sarebbe servito? Una mattina scoprì una macchia di licheni sugli addominali marmorei. Non trovò motivi per levarli, in fondo è il muschio a dare veramente fastidio quando si scala.
Più assomigliava ad esse, più riusciva a confondersi con la loro durezza, grigiore e concrezioni, più riusciva a salirci. Finché un giorno lo riconobbe.
Stava allenandosi sul boulder dietro casa. Tacca per la sinistra, svaso per la destra, spallata, dinamico e via alla presa buona. In quel momento capì: era perfetta come il Suo bicipite. Era il vecchio socio. Provò a salutarlo, ma era da tanto tempo che non parlava più con nessuno. Non ci riuscì. Guardandosi intorno riconobbe anche gli altri massi. Li aveva incontrati tutti in falesia o in una qualche palestra. Scambiò come ai vecchi tempi solo qualche cenno di saluto, tolse il sacchetto della magnesite, sfilò le scarpette ormai bucate e si sedette finalmente in mezzo a loro.

(da un’idea di Etgar Keret)

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