Barbaramente

Odiava farsi la barba.
Era in grado sopportare la sua routine da pendolare, ma non il doversi radere ogni mattina. Sapeva che era solo una convenzione sociale, poteva benissimo vivere risparmiando quei cinque minuti ogni giorno. Evitarsi l’attenzione nel dover passare la lama con cura intorno alle labbra, sotto il naso, sulle guance; fissando nello specchio le occhiaie crescere ad ogni alba.
Il suo datore di lavoro non avrebbe mai accettato un viso ispido: la sua immagine dietro lo sportello -vuoto pulpito da cui fissava il lento roteare del tempo –  doveva ricalcare quella di un’azienda pulita, rassicurante e tradizionale. Perfino alcune persone sul treno o per strada avrebbero poi guardato con disgusto e disprezzo quei peli neri, se solo lasciati liberi di crescere ed arricciarsi sulle sue gote. Donne troppo vecchie e truccate avrebbero lanciato occhiate di disgusto, disapprovazione e morbosità a quel simbolo virile se esibito sopra il collo. E nel mentre si sarebbero chiuse nella loro pelliccia, stringendo al petto il loro “fuffy”.

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Regolare la lunghezza della basetta richiedeva sempre una concentrazione che usciva dal tic automatico dell’abitudine. Era, anzi, forse la prima vera decisione della giornata.
Gli occhi si fissano nella superficie lucida, cercando d’ignorare le rughe che rincorrono le crepe dell’umidità. Alla fioca luce della lampadina posta sopra il lavandino vedeva la pelle restare rossa e irritata, come offesa da quella pratica violenta. Certe mattine, impadronita dalla fretta, la mano iniziava a muoversi guidata più dall’impazienza che dal tatto. Piccole ferite comparivano allora, mostrando al mondo il suo vero sentimento dietro a quel prepotente gesto contro natura.

Il filo d’acqua passa sopra la lama del rasoio. La schiuma, mista ai peli, cade nel vortice orario e sparisce nello scarico. Già, la schiuma: da panna gonfia e candida si trasforma in una poltiglia floscia e sporca. Questa corruzione sola basterebbe per classificare come sbagliato il doversi radere. Sentiva che per il suo “io” era una cosa errata, che non rispecchiava la sua persona, imprigionando la sua libertà d’espressione per rincorrere vuoti stereotipi imperanti nella metropoli. Davanti allo specchio, vedendo il rasoio che, con un lento movimento alternato, percorreva il suo viso arrivava ad odiare il suo stesso nome.

Il flusso dei pensieri fu interrotto dalla voce della madre.

«Scendi! La colazione è pronta. Dai, guarda che rischi ancora di perdere il treno, Barbara!»

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