Un Milano-Torino del passato

Nei e lentiggini s’intrecciavano disarmonici sul suo naso. I riccioli rossi erano invece perfetti nel loro cadere fuori dal cappello di lana, scossi leggermente ad ogni cambio di binario. Il treno stava procedendo lentamente in uscita dalla stazione e io non potevo fare a meno di notare i bottoni della sua camicia, bianca e tesa sul petto. Era seduta di fronte a me, con gli occhi immersi nello schermo del cellulare. La luce azzurra si rifletteva nei suoi grossi occhiali da vista, forse più vezzo estetico che necessità oculistica, intonati al tailleur verde acqua sciupato dalla giornata.
Il vagone si era ormai allontanando dalla città quando presi coraggio e le parlai, approfittando di un suo attimo di pausa.

HOMETEMFoto 1
«Giornata lunga, eh?» “Sono un coglione” pensai immediatamente: ma si può iniziare un dialogo come se fossi già annoiato di lei?!
«Meno di altre» mi rispose distratta.
«Con la routine ci si abitua a tutto»  ribattei.
«Quasi» disse con una smorfia, ritornando poi al suo intento.
Il suo volto riflesso nel vetro attirò la mia attenzione per tutto il resto del tempo. Intuivo una non serenità, una sua complessità negli occhi, che m’attiravano con una forza incredibile. Ad ogni incrocio di sguardi lei arricciava l’angolo della bocca in un abbozzo di sorriso; io ricevevo una pugnalata allo stomaco.
Il tempo trascorse fra i miei viaggi mentali e quello del treno nella pianura. Mi distrasse ad un certo punto il pianto di un bimbo. Girai la testa per cercane la provenienza, e nel mentre iniziammo a rallentare. Lei fu come scossa da un pensiero urgente appena ricordato, raccolse le sue cose e saltò giù senza salutarmi.
Passai il resto del tragitto a cercarla nelle macchie e ombre del finestrino.

Il giorno dopo uscii prima da lezione. Non volevo rischiare di perdere il treno, né di trovarmi il sedile già occupato. Lei sarebbe ritornata, lo sapevo. Dovevo solo ricreare la situazione di ieri, risedermi nello stesso posto alla stessa ora.
Quando arrivai in stazione il treno era già lì. Non era arrivato da molto però, il secondo vagone era ancora vuoto. Saltai a bordo e mi misi a contare le file dei sedili. Arrivato a quella prefissata mi sedetti. I posti gradualmente cominciarono a riempirsi. Uomini sulla quarantina, con camicie azzurre e cravatte moderatamente colorate, iniziarono a saturare l’aria con un brusio di conversazioni di circostanza e telefonate a casa. Io cercavo fra i loro volti nervoso. Mi giravo compulsivamente per controllare se per caso si fosse seduta dietro di me o per scrutare fra la fiumana di persone che passava sul marciapiede. E se non fosse salita su questo vagone? Se avesse preso il treno dopo? Impossibile, mi dissi. Era una pendolare, e i pendolari non cambiano le proprie abitudini in un giorno di pioggia.
Il fischio del capotreno la pensava diversamente. Il convoglio iniziò a muoversi. Fuori dai tetti della Stazione Centrale i finestrini cominciarono ad essere rigati dalle gocce d’acqua.

«Scusi, è libero?»  A parlare era stata una ragazzina. Bionda ed esile come una promessa, mi guardava sorreggendo un ombrello che cercava di non far sgocciolare sui sedili.
«Solo se mi dai del tu» risposi spostando la borsa dal sedile di fronte.
Mi ringraziò con un sorriso e si sedette. L’impermeabile che indossava era bagnato sul davanti: probabilmente aveva corso, riempiendo di chiazze marroni il beige del tessuto chiaro. Mentre lo sbottonava notai come anche la manica sinistra fosse fradicia.
«Vuoi appenderlo qui?» offrii spostando la mia giacca «Esce più aria calda»
«Oh no, figurati. Sono solo due gocce» rispose imbarazzata ma allegra.
Parlava in modo nasale, contraendo lievemente le guance e il labbro superiore. Questo le faceva emergere una serie di lievi rughe che la invecchiavano un poco. Ora che s’era aperta il soprabito potevo vedere il vestitino di lana bianca, tessuto a trama grossa e morbida. Da sotto spuntavano due gambe ricoperte da calze con un ricamo elegante. Era fine, in tutti i sensi. Mi dava l’impressione di poterle cingere la vita tenendo unite le mani.
Il suo sguardo fra il divertito e l’offeso mi fece capire come stessi indugiando troppo con gli occhi fissi sul suo corpo. Mi sentii avvampare di vergogna, ma non per questo: una risata m’aveva ricordato la Rossa. Mi girai di scatto odiandomi. Cosa avrebbe pensato vedendomi ridere con un’altra? Cazzo, ti distrai cinque minuti e ti giochi anni…

Il rossore del mio non fu giustificato: Lei non c’era. Però l’avevo sentita. Passai il resto del viaggio a leggere e scrutare fra i sedili. Feci perfino finta di andare in bagno per poter controllare meglio le ultime file. La ragazzina continuava a sorridermi. Pareva sul punto di volermi dire qualcosa, ma subito girava lo sguardo verso il finestrino e, scuotendo leggermente la testa, sembrava schernirsi allegramente. Ci stavamo avvicinando alla Sua fermata. Era per forza a bordo, quindi sarebbe scesa. Lo stridio dei freni mi fece saltare in piedi di scatto. Raccolsi in fretta borsa e giacca, risposi con un cenno al saluto della mia compagna di viaggio e mi diressi verso la coda del vagone. Eravamo ormai fermi e le porte s’aprirono con uno sbuffo d’aria compressa. Come l’acqua da un argine rotto i passeggeri iniziarono a uscire. Mi feci largo a forza; volevo essere fra i primi a raggiungere le scale del sottopasso: lì mi sarebbe bastato fermarmi e fingermi sorpreso quando l’avrei vista. A cosa inventare come scusa avrei pensato al momento…
La gente iniziava a scendere quando mi fermai in parte al corrimano. Pochi sembravano notarmi. Aggirandomi come fossi un cestino sul marciapiede lanciavano pochi sguardi privi di sorpresa. Più passavano e più ero nervoso nel non vedere riccioli rossi comparire. La coda s’era quasi fermata a causa dell’imbuto e le persone iniziarono ad aprire gli ombrelli, togliendomi visibilità. Alcuni, vedendo che il traffico non si sbloccava, scesero sul binario in parte per raggiungere l’altro sottopasso. Fra questi scorsi un tailleur verde.
Maledicendo la legge di Murphy mi spostai velocemente dalla mia postazione. Camminavo controcorrente, faticando ad aggirare uomini e borse. Più m’allontanavo dalle scale più la loro densità scemava, permettendomi di prendere velocità. Corsi urtando qualcuno, poi gli ombrelli mi tolsero la visuale e persi il punto di colore a cui miravo. Provai a guardarmi in giro, ma le persone erano quasi tutte defluite verso l’uscita della stazione. Maledetta miopia! Mi ritrovai fermo sotto l’acqua su un marciapiede ormai quasi vuoto.

marciapiede

Ritornavo verso il mio vagone quando notai un vecchio seduto su una panchina proprio di fronte al mio finestrino. Era senza barba, vestito né bene né male. Sembrò riconoscermi, e il suo «salve>> mi fermò mentre stavo per risalire sul treno.
«Saluti» risposi senza troppa convinzione. In effetti l’avevo già visto da qualche parte, ma la mente si rifiutava di dirmi dove.
«Non ti ricordi di me, vero?»
«No, mi spiace. Dovrei?»
«Forse no, con la barba siete tutti uguali>> disse tristemente «Infelice quel tempo che divora il presente,rimpiange il passato e non vede il futuro»
Continuavo a fissarlo fermo. Aveva parlato lentamente, col tono solito degli anziani quando rimproverano altri, ma rivolgendosi in realtà a sé stessi.
«Hai capito?» riprese dopo un attimo di pausa. Il fischio annunciò la partenza del treno. Mi girai e mentre passava vidi la Rossa seduta al mio posto ridere con la ragazzina.
«No»

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