La chiocciola tesa

Il concerto sta per iniziare. Nello stanzino in cui mi trovo nulla però fa pensare all’agitazione che precede gli ultimi istanti prima di un evento organizzato, anzi pare tutto troppo tranquillo. Devo intervistare il musicista, quindi sono in ossequiosa attesa in una sala del teatro quando un brusio m’annuncia l’apertura dei cancelli. «Chairos vi raggiungerà fra un minuto» la maschera del teatro è una mora piuttosto paffutella, e l’elegante divisa non riesce a nascondere l’accento brianzolo. Non sono l’unico giornalista nella stanza: un uomo tanto alto quanto magro, avvolto in un’anonima camicia a scacchi celesti, s’è già qualificato come collaboratore di un’importante rivista musicale italiana. La ragazza l’ha interrotto mentre sciorinava la sua lunga serie di trasferte all’estero per lavoro, non accorgendosi per minuti della mia assoluta indisponibilità al colloquio. Mi attacco quindi alla moretta tanto per prolungare la pausa.
«Non c’è la possibilità di bere qualcosa nel frattempo? » chiedo «C’è un bar all’ingresso, ma credo che le convenga attendere qui, ormai è una questione d’istanti» risponde senza simpatia. Se ne va, e per evitare che il collega brizzolato riprenda ad ingrandirmi le gonadi fingo d’essere impegnato col cellulare. I minuti passano, e ormai mi sono annoiato di cancellare i vecchi sms. Rialzo lo sguardo, ma per fortuna il brizzolato, forse offeso dalla mia indifferenza, si diletta e dilunga con un’importantissima chiamata di lavoro. Noto ora una chiocciola che pacifica scala il muro. La scia che lascia brilla alla luce fredda del neon, mentre le linee sul suo guscio ricordano una radica fiammata. Continua la sua scalata serena, per nulla influenzata dalla mia attenzione.

time-spiral

La porta si riapre ed entra un ragazzo della produzione «C’è un contrattempo, i musicisti non sono ancora arrivati a causa di un problema in autostrada» si ferma un attimo, guarda l’uomo e poi si gira spudoratamente verso di me «o almeno cosi dicono» conclude ammiccando. Ci consiglia di spostarci al bar. L’altro giornalista mugugna qualcosa, io ne approfitto per non dover scendere con lui e m’avvio.
L’ambiente dell’atrio è moderno e ricercato, con il mobilio in plastica lucida bianca e nera a creare contrasti. Davanti al bancone qualche coppietta sorseggia spritz o quelli che sospetto con tristezza siano analcolici; più movimento lo si vede intorno al vassoio delle pizzette e tramezzini. Passando fra i gruppetti, cercando di non notare troppo vestitini e parigine, mi dirigo verso la cassa per ordinare un coca e jack, scocciato del fatto che qui l’accredito stampa non conti nulla.
«Non abbiamo whiskey, va bene solo la coca? »
«Che, ti sembro malato? » rispondo riprendendomi da un attimo d’incredulità. Il barista mi guarda come si guardano i clienti che non si possono cacciare, poi frettolosamente mi elenca le bevande tali da meritare il tempo che ci si impiega per berle. Sorseggio annoiato un Gin&Martini, riflettendo sul fatto che lo spirito di una città in cui non si serve whiskey sia sicuramente cattivo, quando la moretta di prima mi raggiunge trafelata.
«Finalmente notizie di Chairos? » l’anticipo. «No» dice riprendendo fiato «Ma credo sia sua la Seat rossa parcheggiata vicino all’ingresso di servizio: la stanno rimuovendo ora»
La notizia mi spiazza. Resto immobile col bicchiere fermo a mezz’aria, finché con la coda dell’occhio la vedo stizzita chiudersi con la mano la scollatura della camicia. Effettivamente nella mia fissità lo sguardo puntava senza ritegno al suo seno. Va bene, è prosperoso, ma la macchina cavoli! E per di più rimarrei bloccato a Milano… Mollo il drink sul tavolino e corro fuori. Giro l’angolo e vedo il carro attrezzi passare con sopra un Fiesta, mentre la mia Ibiza è ancora tranquilla, protetta dalle strisce blu in cui l’ho lasciata. Maledicendo la competenza automobilista femminile rientro: il mio bicchiere mezzo pieno è ovviamente sparito. L’orologio segna dieci minuti all’inizio del concerto. Mi sposto verso l’ingresso della platea, dove vengo fermato da una maschera decisamente massiccia e rude.
«Dove crede di andare?»
«Guardi, devo intervistare i musicisti ed è più di due ore che sto aspettando»
«Non è ancora arrivato nessuno»
«Ma sento dei suoni, stanno facendo il soundcheck?! »
«No, saranno i roadie»
«Se mi fa dare un’occhiata glielo dico subito»
«Non posso, aspetti al bar»
«Lo farei, se non m’avessero fregato il bicchiere» Mi guarda truce, poi balbettando qualcosa se ne va, chiudendosi la porta alle spalle. Ritorno nell’atrio, dove intercetto un fotografo.
«Scusa, hai per caso visto qualcuno della band? »
«No, io sono qui per l’opera» A mente fredda avrei partorito una lunga serie di risposte, dal sarcastico a sua madre con una muta di cani e io che filmo tutto, ma qui sono spiazzato e lo lascio allontanarsi impunito. Nell’atrio non c’è quasi più nessuno. Guardo l’ora: 5 minuti all’inizio del concerto. Impossibile che non sia ancora arrivato nessuno, quindi mi dirigo di nuovo verso la stanzetta dietro le quinte. Spero perfino di trovarci il brizzolato; mi sarà sicuramente passato davanti nella fila, ma almeno potrebbe dirmi qualcosa su dove si trovi la band. La stanza è però vuota. Rimango per un attimo indeciso sul da farsi, poi apro la porta di servizio. Si spalanca su un lungo corridoio, che inizio a percorrere lentamente. Non si vede nessuno in giro. Scorgo una porta lasciata socchiusa: dà su un palchetto, da dove riesco ad intravedere la platea. È piena, ma non pienissima.
«Cosa ci fa qua? » alle spalle è giunta la moretta.
«Cerco i musicisti» rispondo.
«Stanno per salire sul palco»
«Quindi sono arrivati e nessuno m’ha avvisato?! » l’aggredisco seccato.
«Chairos ha concesso 10 minuti al suo amico poco fa» fa sbrigativa.
«Non è un mio amico»
«A maggior ragione doveva attendere con lui» dice arrabbiata «Ora mi segua, non può stare qui»
La seguo nel corridoio. Chiudendo la porta mi raggiunge un boato: i musicisti sono saliti sul palco. Mi riporta nella stanzetta e mi prega di attendere la fine dello spettacolo. Nella stanza non c’è niente da leggere, sul tavolo sono presenti solo due piante e una copia della Gazzetta. Mi metto quindi a passeggiare in tondo nervosamente, finché rivedo la chiocciola. Ha quasi raggiunto il quadro, e ne tasta la cornice con le antenne. Forse si ritrova nelle spirali di Pinot.

Galizio tre caravelle

Io mi siedo contro il muro di fronte. La musica mi giunge solo in forma di bassi smorzati dalle pareti, riducendo il tutto a un brusio sincopato. Resto fermo a fissare l’azzurro della tela, che diventa blu man mano che gli occhi si chiudono. Mi sveglia una nuova maschera.
«E lei cosa ci fa qua? » mi dice fra l’arrabbiato e il divertito. Mi alzo di scatto, ma sono intorpidito dal sonno.
«Sempre così voi giornalisti, fingete di lavorare cinque minuti e poi passate il resto della serata a bere». Mi porta una mano sulla spalla e m’accompagna verso l’atrio.
«Mi porta da Chairos? » faccio io, biascicando ancora un poco.
Lei scoppia a ridere e si stringe a me, quasi a sorreggermi. È esile, ma sorprendentemente il suo contatto mi da una sensazione di stabilità. Attraversiamo il salone d’ingresso, ormai buio e vuoto, e raggiungiamo l’uscita. Mi spinge fuori e mi chiude la porta di vetro alle spalle. Le luci si spengono. In alto la luna è piena e il cielo è sereno, ma la sua luce alabastrina non arriva a rischiarare la piazzetta in cui mi trovo. Siamo io e il gorgogliare della fontana. Per terra mozziconi di sigarette e bicchieri di plastica schiacciati. Una finestra al secondo piano del teatro si apre: ne esce una voce di ragazza.
«Non si muova, Chairos sta per arrivare»

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