Candela

La pala colpisce il ferro della porta. L’abbandono a lato e inizio a scavare nella neve coi guanti. In breve libero la metà superiore e a fatica la apro. Strisciando entro nel buio locale invernale del rifugio.

[ore prima]
La picca entra con un tonfo sordo nel ghiaccio. Un leggero spindrift mi arriva sul naso, costringendomi a guardare verso il basso.
Carlo è appeso alla sosta, col cappuccio calzato e la testa appoggiata alla roccia. Non riesco a capire se è solamente distratto o se si è addormentato, ma in ogni caso il lasco della corda ha già quasi raggiunto i suoi piedi: lo ucciderei.
Esco dal tratto ghiacciato verticale e salgo ancora su una neve polistirolo, fino a raggiungere una fascia di roccia in cui riesco ad attrezzare una sosta decente. Con un gesto automatico blocco la corda con un barcaiolo nel moschettone a ghiera e urlo il “molla tutto”.

Nel silenzio e buio della stanza mi sento più solo che all’aperto; forse il camminare e scavare tengono compagnia. Tolgo il guscio bagnato, recupero la coperta meno umida dalla pila sul letto e mi siedo sulla panca vicino al tavolo. Il fondo dei pantaloni è irrigidito dal ghiaccio, e la condensa è brinata nell’interno della ghetta degli scarponi.
Cerco fra gli scaffali del locale un fornelletto con cui sciogliere la neve per una minestra liofilizzata e qualche candela, ma trovo solo le seconde: patirò la fame con un romantico chiarore.

Negli ultimi metri prima di arrivare in cima o si accelera o si rallenta. Io opto per la prima opzione, Carlo per la seconda, come m’annuncia lo strattone della corda. Bestemmio, mentre per un istante perdo l’equilibrio. Afferro le due mezze in mano e le tiro riprendendo a salire. Proseguo fin quando il sole che mi colpisce il viso indica che sono uscito dalla parete nord. Scelgo un sasso pulito dalla neve e mi siedo, recuperando svogliatamente a braccia e scattando qualche foto. Appoggio la schiena allo zaino, e aspettando d’essere raggiunto chiudo gli occhi, godendomi il tepore del sole che scalda i miei vestiti umidi.
Dopo pochi minuti anche Carlo sbuca alla luce. Mangiamo due barrette e iniziamo a scendere su una neve ancora indurita dal rigelo notturno.
Gli animi si distendono dopo la tensione per l’arrampicata, e anche le lingue con caldo si sciolgono. Si parla quasi serenamente del più e del meno, ma tendenzialmente di cose lontane dall’istante presente, quali donne, birra e cibo caldo.

foto Giacomo Longhi
foto Giacomo Longhi

Più che produrre luce propria la candela sembrava concentrare quella presente nella stanza in un solo punto, rendendo gli angoli lontani dal tavolo più bui dell’oscurità della notte esterna. Fuori l’azzurrino grigiore non era assoluto, permettendo di distinguere il profilo delle montagne e le lingue di neve sul fondo dei canali. Giù in basso, rossa e fumosa, quasi fosse rischiarata da un incendio, s’intuiva la città.
Le ombre sui listelli di legno delle pareti tremolano come una ragazzina al primo abbraccio. Osservo con poca convinzione la neve che ho raccolto in un pentolino accennare a sciogliersi, quando i muscoli delle gambe raffreddandosi iniziano a lasciar uscire un intenso bruciore. Mi abbasso e vedo che la caduta di Carlo non ha lasciato un taglio solo nei pantaloni.

Siamo giunti sul ghiacciaio. La conversazione m’ha ormai stufato, come la sua presenza. Mi sono legato a lui in quanto l’unico disponibile con un livello sufficiente per strisciare sulla via con me. Non arrampicavamo insieme dal fatto del 30 luglio. Non ci siamo quasi più sentiti, ma la colata di ghiaccio sulla foto del report di Fabio era una tentazione troppo forte per entrambi.
La strada per raggiungere il rifugio è complessa: richiede di passare attraverso un labirinto di crepacci e ponti di neve. Inoltre il sole ha ormai scaldato la neve, rendendo ogni passo una sfida psicologica. Giriamo a lungo intorno a grosse voragini, imprecando ogni qualvolta il ponte si riveli meno stabile di quanto si poteva intuire da lontano.
Ho smesso di arrampicare per sfuggire alla realtà: i problemi, quelli veri, non si smaltiscono con la fatica, anzi. Rimbombando nella testa rendono lenta la progressione e la salita. Certo, le endorfine sono la dose di cui abbisogno per la serenità, e un paesaggio vasto e poco antropizzato riporta i piccoli intoppi quotidiani al loro livello, ma la vera consolazione sta semplicemente nel crearsi dei problemi più atavici e immediati.
«Non hai fede» mi canzona lui.  «in passato forse, ora mi preoccupo più del caldo» ribatto io, accennando il primo passo sulla precaria passerella.

Il taglio è netto, ma non troppo profondo. La ghetta interna del pantalone invernale ha protetto in parte la pelle, rendendo sufficiente un giro di garza per tamponare la ferita. Mentre srotolo la benda bianca ripenso al rumore del suo rampone mentre squarciava il tessuto.
La candela lentamente sta morendo, rendendo gli ultimi sprazzi di luce ancor più tremolanti. Bevo quella poca neve che s’è sciolta nel pentolino, incrocio le braccia sul tavolo e mi ci addormento sopra.

foto Sassbaloss
foto Sassbaloss

Le giornate sono corte. Le ombre stanno virando ad un blu purpureo, e la neve è ormai tinta di rosso dai raggi inclinati e freddi del sole calante. Siamo quasi fuori dal budello di ghiaccio: il percorso è adesso abbastanza ampio, quindi ci sleghiamo. Carlo cammina qualche metro davanti a me, osservando l’azzurro brillante del ghiacciaio che sfuma nel blu senza luce nel fondo del crepaccio. Incontra un tratto con neve crostosa, e di conseguenza dopo i primi passi veloci si ferma a riposare, appoggiandosi sui bastoncini. Il respiro affannato si condensa leggermente davanti al suo volto, rendendolo un soggetto perfetto per una foto. Io però sono stanco e nervoso, e la macchina è nella giacca rimasta sul fondo dello zaino. Lo raggiungo velocemente, sfruttando con attenzione le sue tracce. Lui mi segue serio con lo sguardo. Accenno a superarlo sulla destra, in modo da rimanere lontano dal bordo. Emette un soffio col naso, forse per pulirselo o forse per ridere. Il moto d’irritazione mi colpisce lo stomaco, trasformandosi in un’oscillazione a sinistra.
Non sentii né l’urlo né il tonfo del corpo sul fondo del crepaccio.

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