La pioggia nel parcheggio

Il concerto valeva la birra nel bicchiere, ma non la pioggia che l’annacquava.
Finisco la bevanda con due lunghi sorsi, poi senza troppi rimpianti giro le spalle al palco e mi dirigo verso l’uscita del campo. La fuga dalle feste estive è facilitata rispetto a quella dai locali invernali: i larghi spazi e la penombra sono scuse sufficienti per non dover salutare tutti i conoscenti presenti.
Le persone lungo il viale che conduce al parcheggio sono ancora più rarefatte dei pochi fan che seguivano il gruppo sotto il palco. Supero una coppietta abbracciata sotto un ombrello, mentre pian piano la dimensione delle gocce di pioggia cresce in misura inversamente proporzionale alla mia pazienza.
Accelero il passo. Davanti a me scorgo una sola persona. Mi precede di una ventina di passi, e più m’avvicino e più noto come l’ombrello sia di dimensioni decisamente eccessive per il suo piccolo corpo, le cui proporzioni sono al contrario perfette. Indossa una camicia rossa, con un disegno nero vagamente orientale. Scuri anche i jeans, stretti abbastanza da farmi esitare nel sorpassarla. Nonostante sia impegnata ad evitare le pozze sul marciapiede mantiene una camminata elegante.
Mi scosto sulla destra, salendo sul bordo dell’aiuola. Lei è impegnata a leggere qualcosa sul cellulare, quindi trasale nel momento in cui l’affianco.

«Tranquilla, il peggio che potrei avere in mente è di rubarti l’ombrello» mento.
«Ah no, scusa, è che non ti ho sentito arrivare e mi sono spaventata» risponde dopo avermi velocemente scrutato.

Il suo sguardo è decisamente cambiato. Non lo riesco a decifrarlo totalmente, ma noto quando ho destato l’attenzione di una persona. Ci guardiamo quei pochi istanti più del normale, prima che io mi volti e prosegua per la mia strada.

«Ma… vuoi un passaggio? Ti ammali se continui a rimanere sotto la pioggia così» mi ferma lei.
«Guarda, ti ringrazio! Dove hai lasciato l’auto? »
«Al parcheggio dopo la rotonda»
«Allora sono fortunato: fai la mia stessa strada» dico abbassandomi per ripararmi sotto il suo ombrello.

Mi guarda sott’occhi con uno strano sorriso, mentre riprendiamo a camminare.

«Non eri qui per il concerto?» riprendo io per rompere il silenzio.
«Solo del gruppo in apertura. Questi non mi dispiacevano, ma non mi andava di sentirli sotto l’acqua»
«Ma se hai un mezzo tendone sotto cui ripararti!? » la canzono.
«Sentire i concerti con l’ombrello aperto è come fare l’amore indossando calzini bianchi!» risponde ridendo. E per la prima volta capisco il significato di risata argentina.

«Tu invece te ne stai andando per non annegare? » riprende lei.
«Io ero qui per lavoro: vendo birra»
«Uhm, non hai l’aspetto di un mastro birraio»
«Mi manca la pancia? »
«Sì, e sei ricoperto d’acqua » dice scoppiando nuovamente a ridere «Pensavo guadagnaste abbastanza per potervi permettere un ombrello»
«Il fatto è che con gli ombrelli ho un cattivo rapporto. Possiedo anche un record, me ne hanno rubati ben due in 10 minuti»
«Cosa? »
«È una storia da sentire davanti a un bicchiere di birra»
«Saresti in conflitto d’interessi, meglio una bottiglia di vino»
«Già, ma quella durerebbe troppo, poi dovresti raccontarmi qualcosa tu»
«Non ho storie altrettanto divertenti, però a volte è bello anche tacere. Ascolta! Senti com’è bello il martellare della pioggia sulla tela?»

pozzanghera

La strada è praticamente interrotta da una grossa pozzanghera. Il fioco riflesso dei lampioni è perturbato dalle onde prodotte dalla gocce d’acqua.

«Farei il galante buttandoci sopra la giacca per farti attraversare asciutta, ma purtroppo sono in maglietta» dico.
«Fa niente, tanto bagnata com’è non cambierebbe molto»
«Spiritosa… Potremmo metterci la tua camicia allora»
«Sei audace anche se sei sobrio»
«Sei bella, anche se sono sobrio»

Nel prendere in giro la mia maglia bagnata aveva portato una mano sul mio fianco. Ora non la rimuove, anzi la sento stringere il tessuto. Si volta verso di me. Le scosto i capelli dal volto, portandole una ciocca dietro l’orecchio. Gli occhi sono di un verde inteso, messo in risalto dalla cornice nera e riccia della capigliatura.
Mi avvicino lentamente al suo viso.

«Non vuoi nemmeno sapere il mio nome? » sussurra
«Uno vale l’altro»
«Non… non potrei… » geme.

Il gelo del suo probabile ragazzo e dei pensieri razionali mi colpisce la schiena. O forse è solo il vento.

«Ogni volta che… » provo a iniziare io, ma lei m’interrompe con un leggero bacio sulle labbra.

Rimango per un istante imbambolato. Provo a riprendere a parlare, ma lei m’interrompe nuovamente accarezzandomi il viso. Poi, sempre con quel suo tono dolce, riprende sussurrandomi nell’orecchio:

«Generalmente non lo faccio mai» sento la sua mano sfogare l’incertezza afferrandomi i capelli dietro la nuca «Ma solo perché sei tu posso scontarti l’ora intera a 50€»

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2 risposte a "La pioggia nel parcheggio"

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