Coda e Sofismi

La pioggia vela il parabrezza, nascondendo le gialle pareti del Brentino. La monotonia del viaggio è scandita dal ritmico rumore del tergicristalli e dal rosso degli stop dell’auto che mi precede.

«Che anno orribile: niente ghiaccio d’inverno, poco o nulla misto in primavera e ora nessuna possibilità di farsi qualche bel vione estivo. Dovrei cambiare attività»
«Penso che tu possa fare di tutto nella vita tranne che smettere di arrampicare»
«Perché ?»
«Smetteresti di essere tu»

La coda e pensieri procedono a singhiozzi. Le gocce iniziano a cadere su un vecchio selciato in porfido, quando la leggera pioggia increspava i suoi lunghi capelli. Me ne ritrovo una ciocca sul viso, mentre lei si fa piccola contro il mio braccio, cercando la protezione dell’ombrello.
Pavia sembra sommessa, ariosa e bagnata. Il tempo è brutto, ma le nuvole alte, i bassi edifici e i larghi viali rendono comunque la giornata luminosa. Dalle sue tempie sfuggono dalla pettinatura piccoli ciuffi biondi. Sembrano leggeri ancor più degli altri, stretti in un’elegante coda. Avanzano arruffati in avanti, ringiovanendola.
Percorriamo i tranquilli viali che da San Pietro in Ciel d’Oro conducono al parco del Castello. Le foglie sui rami iniziano ad essere brillanti e verdi, incuranti delle sorelle cadute a formare un cupreo tappeto d’onore. Il suo profumo mi circonda, ed è l’unica cosa che non riesco a ricordare. Pieni di ricordi sono invece i libri appesi al soffitto del porticato.
Ci aggiriamo per le sale ornate dall’elmo visconteo e riempite del passato pavese. Guardo gli oggetti esposti, poi seguo la sua ombra allontanarsi nel riflesso del vetro. La trama dei pantaloni richiama quella della borsa e lei richiama me, perso a guardarla, presso una teca contenente reperti romani.
Verso il ponte Coperto procediamo con la cautela carica di vibrante tensione di una batteria jazz, facendo risultare molti istanti più freddi di quanto non fossero in realtà. Seduti sopra il Ticino fa scorrere gli aneddoti della sua vita al ritmo della corrente, ma si scioglie veramente solo sotto casa. Per strada verso Bergamo fu il suo sms a togliermi l’umidità della giornata …”Baci bene, per essere uno storico”

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«Sei troppo pensieroso per essere un autista affidabile»
«L’inattività fisica provoca malinconia, ma almeno il tempo del viaggio può scorrere senza farsi pesare»
«Sarà, ma m’inquieta vedere queste frenate all’ultimo dietro a un Tir…»

Ricordo i pomeriggi in Sant’Antonio. Ricordo la prima volta che la notai, bionda nel suo giubbotto verde militare. Leggeva il manuale di giornalismo, e io per due ore non le parlai. Cercavo di capire, seduto accanto a lei, se dietro alle belle piume bianche fosse solo un’oca o bel cigno. Ricordo il suo ingresso attivo nella mia vita grazie a una risata. Ricordo il primo caffè con la panna, con lei spensierata e felice come spesso sono riuscito ad averla. Ricordo i treni persi in successione, le vetrate del Duomo che mai vedrò illuminate e lei di fronte a me, che rideva avvolta in un fino maglione porpora dietro al quale non poteva celarsi. Io la guardavo, e pensavo che lì con lei per la prima volta mi son sentito come se non mi mancasse nulla. A Milano pioveva ed io ero contento.

«Sai, rivorrei la bellezza feticista della carta da lettere sotto le mani. Le belle parole che ho salvato sul telefono finiranno di pugnalarmi lo stomaco quando lui deciderà di lasciarmi cadendo da qualche stupida parete o quando sarà troppo obsoleto per funzionare. Dio, quanto ero felice quando sentivo che mi tirava vicino a sé coi suoi messaggi dettati dal vino, rosso confidente che scioglieva le barriere in cui si rifugiava quando ci incontravamo di persona; quando fuggiva dietro alle sigarette, agli occhiali scuri e la sua ansia.
« Forse perché in realtà non eri la persona giusta per lei.»
«Touché, bastardo. »
«E forse ti sei innamorato di lei perché sapevi che era troppo spaventata per poter fare altrettanto»
«Può essere, ma ricordati che c’è un motivo se non studi psicologia.»
«Come c’è per te se non esci con ragazze che non arrampichino»
«Dici che io non possa riuscire a stare con una ragazza che non arrampichi? Ma che libertà è quella dell’alpinismo se poi ti imprigiona continuamente?»

La fila procede cadenzata. Mentre nel furgone in parte dei bimbi troppo biondi si agitano, veniamo sorpassati una camionetta dei pompieri.

«Ci sarà un incidente. Almeno qui non litigano con noi del Soccorso Alpino»
«Che polemiche italiane… Se garantiscono la stessa qualità li lascio volentieri i miei interventi. Non sono pagato, e non mi diverto particolarmente a trovare in piena notte bimbi assassinati. »
«Perché lo fai allora? »
«Pff, faccio un sacco di cose non divertenti. »

A causa dell’ora tarda e della pesante coltre di nubi la luce s’è fatta di un grigio scuro e pesante. Castel Beseno controlla dall’alto il procedere del lungo serpentone puntinato da luci bianche e rosse.

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«Sai, alla fine considero quasi romantico il brutto tempo autunnale in città, col buio che fa brillare le foglie impregnate d’acqua e i riflessi dei lampioni e delle prime luci natalizie nelle conche dei marciapiedi.»
«Non dirmi che ti manca Milano!»
«Milano è una città che non puoi possedere. Sei circondato da persone vestite come specchi, ma ha il fascino dell’impalpabile, delle cose più grandi di te. Ti costringe a usare la mente, essendo la vista insufficiente.»
«Si, ma nel frattempo ti intossica i polmoni e i nervi. Invece pensa a una piccola città a ridosso delle alpi: la tieni tutta nel palmo di una mano, e quando ti sei stancato di lei nei dintorni hai infinite montagne su cui sfogarti»
«Ogni scelta è una rinuncia»
«E un’opportunità. »
«Non lo intendevo per forza in senso negativo. Ogni volta che vai a letto con una persona ne fai felice una per probabilmente scontentarne altre, questo non ti impedisce però di continuare a fare sesso, o sbaglio?»
«Non si è che soli se non in due»
«Zweisamkeit»

Il volto cambia, la pioggia no. Il viso è morbido, gli zigomi pieni del suo sorriso e sguardo felice, con una venatura d’imbarazzo e attesa, quasi come fosse sempre per iniziare un discorso, esitante.
Mi guarda fradicia di possibilità; le ciocche di capelli sono incollate alle tempie dalla pioggia e dal sudore. Lo sguardo si fissa sul mio. Aspetta qualcosa, cerca, ma poi un leggero imbarazzo la porterà a parlare. Io lo so, e aspetto di sentire la sua frase, mai banale, mai noiosa; cercando di non cadere dentro quegli occhi suoi, ma che appartengono ad un altro.

«Sembri sempre infelice. Perché non scrivi delle ragazze con cui riesci a uscire senza paturnie? »
«È difficile far rumore sulle cose che c’hai ogni giorno»
«Smettila di fare l’antenore»
«Andrebbe meglio se dicessi che la vita è una dinamo: c’è elettricità quando si producono dei cambiamenti? »
«No, decisamente no. Lascia perdere le metafore e torna alle citazioni. »
«Sai, pensavo una cosa sulla frase di Guccini: è veramente difficile rendersi conto dell’odore che abbiamo addosso finché non ci allontaniamo dai soliti posti. È allora che anche quel poco che rimane attaccato alla suola delle scarpe inizia ad essere notato. Solo in mezzo a nuove essenze possiamo cogliere le vecchie note.»
«Se parli di suole non evochi dei fragranti effluvi. »
«Gli spigoli del passato diventano curve nella memoria. Però ripeto, sii clemente! È stata una gran brutta estate: poca roccia e troppi vestiti sulle ragazze! »
«Normalmente quando piove per due settimane cambi donna, quando piove un mese cambi lavoro. Ora, dopo così tanto brutto tempo, ti rimane solo la scelta di cambiare città.»

La strada volge ormai in prossimità del casello. Recupero il portafoglio abbandonato sul sedile del passeggero e il biglietto dell’autostrada dall’apposita linguetta. Nello specchietto del parasole compare il volto del mio interlocutore. Mi fisso ancora per un attimo, poi ritorno a volgere lo sguardo sulla strada.
Sul cartello compare “Benvenuti a Trento”

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2 risposte a "Coda e Sofismi"

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