Salamandre al buio

Inseguo le parole sulla tastiera mentre una nuvola di Toscano riscalda la frizzante sera trentina. L’aria è umida e l’asfalto ancora commosso dalla pioggia.
In balcone do le spalle alla città e alle sue luci, rincorrendo e riordinando idee e domande quando, allungando lo sguardo dalla luce dello schermo, noto una salamandra. È sulla parete verde del mio balcone, apparentemente più incuriosita che preoccupata dalla mia presenza. Sale circospetta ma decisa il muretto che separa il mio improvvisato ufficio dalle cose terrene e dalle piante del vialetto condominiale.

La sintassi ha un equilibro, ma l’esserino nero non è da meno, distribuendo con grazia la sua leggerezza sulle quattro zampe. Piccole pepite rallegrano una pelle altrimenti scura e viscida come una sincera introspezione.
In quel momento il mio mondo si riduce alla salamandra, e per la sua paura io sono il suo. Mi stupisce la sua capacità di trarre sostegno da sporgenze di cui prima a stento immaginavo perfino l’esistenza. Ondeggia sinuosa, e i suoi colori mi catturano. Non sono casuali, non lo sono mai, ma invece che intimorirmi con una sospetta velenosità mi spingono a toccarla. Sono frenato solo dal timore di vederla fuggire.

 

Ssalamandra10
 

Un gatto bianco alza a malapena la testa dal giardino, più disturbato che interessato dalla vicenda. Si stira mostrando denti e artigli, e in contrasto con la loro affilatura torna molle a distendersi sul prato. Il candore risplende nell’erba cieca.
L’anfibio ha nel frattempo quasi raggiunto una finestrella, inutile onanismo architettonico posto a dividere l’aria dal balcone, e inizia saggiare la nuova superficie.
Faticando ad arrampicarsi sugli specchi (finalmente le mie capacità di climber si rivelano superiori) si sposta a cercare una via sul bordo che divide il mio appartamento dal vicinato.
Un vestitino nero, oscuro come la mia conoscenza della sua proprietaria, sventola insistente tirato dalla brezza serale. La bestiola si avvicina, e dopo un momento carico di indecisione vi si avvinghia, abbandonandosi ad esso. Il tessuto sembra però non dare sufficiente presa alle sue zampe: scivola e si afferra al lembo solo grazie alla bocca. Oscilla, sballottata dagli eventi e dal vento, e posso vedere i suoi occhi ora chiusi ad assaporare la veste; sensazione che sa essere momentanea.
Il micio ha intanto ripreso interesse per la vicenda e ne segue con attenzione l’evoluzione.

Vorrei alzarmi e prendere in mano l’esserino nero e umido come un pozzo, per cui provo a questo punto affetto, ma si trova ormai fuori dalla mia proprietà e portata.
Sono le 2 e 30: svegliare la vicina per una salamandra non è di certo un modo per farmi amare dal prossimo. Resto quindi passivo a osservare le ultime scosse della lucertola dai gialli lividi, un suo estremo tentativo di afferrare con la zampa il cotone del suo stesso colore per poi cadere di sotto.
Lo scatto del latteo felino fu l’ultima nota di colore che vidi nella buia notte di Trento.

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