…ieri

L’ombra pomeridiana e fredda della città in inverno sta lasciando posto al cono di foschia arancione sotto i lampioni. Il freddo umido mi si attacca letteralmente addosso, mentre l’aria inizia a invocare nebbia e galaverna.
La porta del locale è stata appena aperta e io già mi trovo appoggiato al bancone, per il primo di molti giri. Mi sento superficiale, un contenitore vuoto riempito solo da un alcolico diverso a seconda della serata. La persona con cui mi accompagno non è la stessa di ieri, e probabilmente non sarà la stessa domani. Forse non sarà più lei neppure fra qualche ora. Oggi è una slanciata mora. Non ne colgo nemmeno il nome, ma uno vale l’altro.
Non riesco a capire se le mani che mi abbracciano lascino più impronte o se invece mi svuotino soltanto. Invidio i cucchiaini: ogni tanto a loro capita che qualcuno li rubi per portarseli a casa con sé.

foto di Mora-foto.it
foto di Mora-foto.it

La serata sta proseguendo e la ragazza mi cinge con le sue dita affusolate e dolci. La pelle è morbida e asciutta; profuma di vaniglia e alcool. Il suo mento è sottile, ma l’angolo del viso sulle guance è delicato, e il tutto risulta armonioso. Il buco delle clavicole è profondo e risucchia lo sguardo nella strada che separa i due seni gonfi di gioventù. La coda dei capelli scende dolcemente adagiata sulla spalla destra. La montatura degli occhiali è sottile e nera. Lo sguardo ha una vena di insicurezza, che con un’altra posizione della sopracciglia potrebbe apparire tristezza. La trama verticale del maglione verde scuro si altera solo per esaltare le curve del corpo. Mi osserva e se ne esce con un «mi piaci perché sei pieno di spirito». Quando avvicina le labbra a me non capisco più nulla…

Usciamo. Le luci della locanda filtrano all’esterno passando per le leggere tende purpuree. La notte sembra rendere le nuvole in cerchio attorno alla luna una cupola forata dal cui buco penetri la luce. Piedicastello è invece immerso nel buio, e a rispondere in controcanto è solo la candida illuminazione del monumento a Battisti.
All’interno parte un lento di Buscaglione. Comunque è bello sapere che qualunque cosa io stia facendo, che in qualunque posto io sia, c’è una persona che potrebbe pensarmi seduta su uno scoglio guardando il mare illuminato dalla luna.

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij
Ivan Konstantinovič Ajvazovskij

La mora, mossa dalla musica e dall’etilismo mi trascina in alcuni traballanti balli di danza, prima di accasciarsi morbida su una sedia. Lei ride con i capelli ormai sparsi disordinatamente sul viso, mentre io mi sento girar tutto dentro. Sono grato di potermi appoggiare per un istante al tavolo, ritrovando una parvenza di equilibrio. Una goccia di whiskey mi scende dal labbro fin sul fianco. Lei la raccoglie distrattamente con un dito, per poi succhiarselo in sovrappensiero, ad occhi chiusi.

Un’ultima traccia di rossetto su di me e se ne va. Mi sento svuotato, in parte soddisfatto della leggerezza ottenuta, in parte sollevato per lo spirito che ancora ho dentro. Ma la cosa che più mi rende felice è lo scoprirmi ancora intero, con un’altra relazione che non è riuscita, nella sua velocità, a lasciarmi in mille pezzi.
Il barista arriva, e come tutte le sere mi raccoglie con uno sguardo carico di noia e sonno. Mi solleva insieme agli altri residui di conversazioni ed etilismo, bottiglie vuote e tovaglioli stracciati, per poi adagiarmi nel lavandino con tutti gli altri bicchieri.

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3 risposte a "…ieri"

  1. Ogni ora avrei voluto scriverti,
    ma non volevo annegassi nella mia solitudine
    ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi
    stanno in posizione orante,
    in se stessi inginocchiati,
    e i fiumi scorrono in se stessi,
    essendo a un tempo corpo e anima,
    impossibili da distinguere; ho atteso
    che se ne andasse anche il ragno che
    con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla
    e ora eccomi pronta a dirti
    che non ti amo.

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