Per la pelle

“Stavo risalendo il pendio, quando lo sci scappò avanti. La cosa non mi sorprese troppo, le pelli erano assai usurate e non era insolito che mancassero la presa sulla neve ghiacciata. Quello che mi fece alzare un po’ il sopracciglio fu che fosse slittato in salita invece che all’indietro come al solito. Diedi la colpa ad una lastra di ghiaccio vivo e continuai senza pensarci più.

La giornata procedette fra abeti resi morbide meringhe di neve e un vento teso che creava piccoli mulinelli di neve, bianchi nell’ombra e con un morbillo di colori se attraversati da un raggio di sole. Più salivo e più l’aria diveniva però fastidiosa. Decisi quindi di fermarmi alla selletta, perdendo un centinaio di metri di dislivello, ma evitando l’ultimo pezzo di cresta sferzato dall’aria gelida. Mi tolsi lo zaino per recuperare il piumino e lo sci scappò ancora in avanti. Mi trovavo sul piano e la neve era una leggera farina riportata dal vento, quindi la cosa mi sembrò inspiegabile. Rimisi lo zaino su una spalla e mi chinai per controllare la cosa, quando lo sci iniziò a procedere verso la vetta. Provai a fermarlo, ma sembrava fosse spinto da uno sciatore invisibile, e per quanto provassi a contrastarlo o a puntarmi sui bastoncini mi trascinava in avanti. Fu per sfinimento quindi che a metà della salita mi lasciai portare su senza più opporre resistenza. Notai come mi bastasse pareggiare con la gamba sinistra e lasciare che tutto lo sforzo fosse lasciato allo sci sotto la gamba destra per salire ad un’ottima velocità e senza il minimo sforzo.
Sulla cima non c’era nessuno, la bufera d’altronde non rendeva il luogo particolarmente piacevole. Finalmente lo sci si fermò a pochi centimetri dalla croce di vetta, e sembrò quietarsi. Mi chinai, tolsi lo scarpone dall’attacchino ed esaminai la pelle: all’apparenza non vi era nulla di anomalo; mi sembrò solo più umida e calda, ma probabilmente si trattava solo di una suggestione. La lasciai nella neve, provai a punzecchiarla col bastoncino, ma nulla, lei non si muoveva. Infine, dopo averla osservata immobile per un po’, la curiosità fu vinta dal freddo. La rimisi nello zaino e scesi.

foto di Nicola Carrara
foto di Nicola Carrara

Ritornai a casa, ma quella stranezza mi corrodeva. Durante tutto il giorno successivo non riuscii a pensare ad altro, e appena tornato a casa caricai l’attrezzatura in auto per fare una notturna. All’inizio fui deluso, in salita nessuno dei due sci sembrava volermi facilitare il lavoro. Decisi quindi di fermarmi a bere al rifugio che si trovava a metà del sentiero. Appena iniziai a deviare però uno dei due Elan ebbe uno scatto. Per quanto provassi a girarlo continuò a tirarmi verso il percorso che portava in vetta, e sempre con maggiore forza. Lo assecondai, e anche questa volta solo in cima si quietò.

Iniziai a partecipare a gare locali, e ovviamente iniziai a vincere. Era bello. Era orribile. Pensavo fosse sbagliato, ma ogni volta che se ne presentava l’occasione non sapevo resistere alla corte che l’ego mi faceva. Ad ogni traguardo mi pentivo all’istante della mia azione, ma non avevo il coraggio di abbandonarle sulla neve o di gettarle in qualche dirupo, incapace di rinunciare all’ebbrezza che quella pelle mi dava. Solo una volta la lanciai sulla neve con rabbia. Mi aveva tirato su per una lastra di neve cotta dal sole e rigelata. Gli altri atleti slittavano nonostante i coltelli, ma la mia pelle, scodando e vibrando, mi trascinò su. Ero terrorizzato, e appena arrivai in cima la scagliai lontano per la tensione. Lei atterrò e immediatamente si arrotolò come un serpente; mi sembrò perfino di sentirla soffiare… Da allora non ebbi più il coraggio di fare nulla di simile.

Evitavo gare troppo grosse, temendo che un esordiente alla vittoria avrebbe attirato su di sé troppe attenzioni, ma una volta fra i tanti amatori vi fu anche un atleta della nazionale. Partecipava probabilmente per pressioni dello sponsor, svolgendosi la gara presso il paese d’origine del marchio. Dovette quindi trovare doppiamente seccante quando lo sorpassai a metà della prima salita. Mi rimase dietro per un po’, poi smisi di preoccuparmi di lui, lasciando che il mio sci mi portasse senza fatica verso la cima.

commons.wikimedia.org
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Eravamo sull’ultima rampa quando l’azzurro mi passò. Sembrava si lanciasse in avanti pompando coi bastoncini più che con le lunghe falcate, mentre i suoi sci sembravano scivolare senza nessun attrito sulla neve ventata della traccia. Il mio sci destro invece iniziò a tremare dallo sforzo e dalla rabbia. Arrivai in cima mentre lui si preparava già a scendere. Mi abbassai per il cambio assetto quando la pelle scattò in avanti, trascinandomi nella discesa. Un giudice mi guardò stupito mentre con un movimento sgraziato recuperavo i bastoncini e chiudevo almeno la talloniera, ma in breve sparii dalla sua vista. La pelle mi catapultò verso il basso senza curarsi di curve e dossi. E nemmeno del fatto che l’altra gamba fosse ancora frenata dall’attrito pelle normale. Entrava in curva con una presa di spigolo per me impossibile, ma la compressione schiacciandomi sull’asta m’impediva di essere sbalzato via, a patto che tenessi leggermente sollevato l’altro sci, facendolo correre solo sulla coda, dove la soletta era nuda. Arrivati a una zona più aperta puntò aggressivamente sulla massima pendenza e mi portò giù. Sorpassammo lo stupitissimo azzurro, non so se più incredulo nel vedermi affrontare la discesa così velocemente o se per la mia tecnica di mera sopravvivenza sui dossi rigelati del falsopiano, e arrivammo finalmente in vista del traguardo. La pelle si calmò, e a me bastò dare due racchettate per assicurarmi la vittoria.

La cosa non passò inosservata, e iniziò ad arrivarmi qualche chiamata da sponsor e riviste. Evitai le interviste, ma andai a parlare con qualche ditta. Ero ostacolato però dal mio netto rifiuto di usare un materiale diverso dal mio per gareggiare, rendendo impossibile quindi ogni relazione. In ogni caso la notorietà nel giro delle tutine era assicurata, e mi crogiolai del suo calore, sentendomi dilaniato nell’animo.
Il crollo fu rapido e imprevisto come il distacco di una valanga a lastroni. Rientravo in casa a tarda sera (la notorietà portava vantaggi anche in campo sociale) quando fui colpito dal mio riflesso nel vetro della porta. Un lampo che intravidi negli occhi mi terrorizzò. Fu come quando si è sull’orlo dell’abisso: la caduta ci spaventa e il salto all’indietro porta più lontano dal bordo di quando non si fosse prima. Corsi a prendere un paio di forbici, rovesciai lo zaino per terra e prima che potesse succedere qualcosa tagliai le pelli.

Il weekend dopo al nastro di partenza ero sereno come non mi succedeva dall’infanzia. Il groppo che da mesi mi schiacciava dall’interno se ne era andato, e la leggerezza era tutt’altro che metaforica a giudicare dalla velocità con cui affrontavo la salita. Il cielo era di un azzurro violento e la neve fresca crocchiava dal freddo sotto i miei sci. Ed ero accecato dal suo albedo, quando percepii un’ombra affiancarmi sulla sinistra. Era Alberto, archetipo dell’uomo grigio di fondo classifica. Eravamo conoscenti, ma nel mio periodo di vittorie progressivamente avevo iniziato ad evitarlo. Ora senza apparente sforzo sembrava potermi passare con agilità. Provai a forzare il passo, ma la sua progressione fu troppo continua: pian piano lo vidi allontanarsi da me. Avevo in bocca il sapore del sangue dei bronchi bruciati quando mi fermai, piegato sui bastoncini. Sputai nella neve, poi gli rivolsi un ultimo sguardo. Fu solo un istante, ma potei vedere il suo sci destro scodare aggressivamente, per poi scorrere in avanti in modo innaturale.”

illustrazione di hugleikur dagsson
illustrazione di hugleikur dagsson

«È una bella storia» fece il negoziante dopo un attimo di silenzio «Ma no, mi spiace, non posso proprio regalarti un paio di pelli»

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