Parlando di te a me

“Un altro contatto di FB diventa un fantasma.
Non posso dire che fra noi fosse scattato amore a prima vista. Lo trovai simpatico nel tragitto in auto verso il Disgrazia, mi divertii con lui durante la salita, ma già in discesa entrammo nella fase “sto meglio se sto solo” che si risolve solo con la birra al bar. Da lì in poi fu solo il solito giro di frasi: «Sentiamoci!» «Questo weekend sei libero?» «Sarà per il prossimo» «Ehi, è da un po’ che non ci si sente».
Il poco ghiaccio dell’inverno e la stagione di misto all’altezza m’hanno reso ancor più disincantato del solito, e forse ormai il cinismo scade nell’apatia. Come accade in questi casi peggioro le mie relazioni sociali e mi autopunisco accettando lavori in antitesi con quello in cui credevo prima. Ciò rende impossibile anche il solo comprendere e seguire i discorsi sul senso del morire giovani e per nulla. Vero, riconosco come siano caratterizzanti del nostro tempo e della nostra società, ma non riesco a trovare il minimo interesse nella discussione.
Siamo rimasti distanti. Probabilmente venivamo da due mondi diversi, forse era semplicemente una questione di carattere o forse di visioni sul cosa sia piacevole fare per i monti. Difficilmente saremmo diventati amici, ma i nostri gusti convergevano sulle belle vie di misto ad ampio respiro. Probabilmente avremmo arrampicato ancora insieme o forse non ci saremmo mai più sentiti, in ogni caso mi spiace non aver più la possibilità di farlo.
Un triste saluto Teo.”

Questo lo scrissi fra un bar e un calzolaio di Borgo Palazzo, correndo dietro a Giorgio Gori per cui lavoravo durante la campagna elettorale per le comunali di Bergamo. Ero fisicamente lontano da montagne e arrampicatori, ma nonostante l’assenza di una valvola di sfogo la vicenda mi passò sopra agevolmente.
Fu dopo un mese che capii come la sua morte m’avesse segnato più di quanto non pensassi all’inizio. Trovai il numero di Skialper in cui era contenuta la salita che avevamo fatto insieme (non sapevo nemmeno l’avesse pubblicata) al rifugio Denza, la sera prima di fare un veloce giro sulla Steinkotter. Detti la colpa del magone alla stanchezza, a una donna o alla sveglia puntata alle 2.
Invece più volte ripensai a lui. Eravamo più simili di quanto ammetterei in pubblico: pennivendolo io, giornalista lui; entrambi amanti delle vie di misto, prese però senza troppa serietà (anzi, diciamo pure con guasconesca spavalderia) e delle donne, trattate quasi allo stesso modo. L’ironia si ritrova anche nelle immagini: mentre lui correva nudo sulla Grignetta io mi stendo a dormire e bevo birra sulla cima della torre Hannibal.
Le differenze profonde risiedevano, oltre alla sua impostazione da “milanese” arrogante, nel fatto che lui avesse abbracciato in pieno l’alpinismo, mentre io continuo a cercare una polivalenza che esprima e sfoghi i contrasti interiori, con il mio nichilismo che colpisce anche le mie stesse azioni. Ci guadagno forse in sintassi, e ci perdo in allenamento.
La sua morte mi ha fatto vedere sotto una diversa luce alcuni aspetti della mia vita. E ha ribadito come personaggi simili siano perfetti per morire fra i monti: molti, ragazze e amici, lo piangono, ma nessuno così in intimità da non avere una spalla su cui piangere. Allo stesso tempo tocco con mano ancora una volta l’egoismo e il dolore che il no future produce quando viene il momento di viverlo  e non di sbandierarlo.
Non so cosa pensasse della scrittura; a naso che fosse solo uno strumento per farsi pagare i giri in montagna. Io però nel buttare giù due righe, nell’ordinare i pensieri, nel vederli scritti e quindi piccoli, reali, fallaci e attaccabili, mi sento meglio.

teo taglia

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