Noir bulgaro

«“Se viene in gonna mi vuole” pensai sotto casa sua. Sentii il rumore del portone e poi del cancello, giusto un attimo prima di sprofondare quando i fari illuminarono le sue gambe avvolte solo da calze leggere. L’accolsi in auto, e il suo rossetto mi avvolse i sensi».
«Sei stucchevole, dimmi qualcosa di più concreto» disse lui spazientito.
«Aveva un maglione beige, un vestito nero e ai piedi delle ciabatte stile Birkenstock. Le odio le Birkenstock! Ma adoravo lei…».
«Ecco, parlami dell’odio» m’interruppe lui «lo trovo un sentimento più concreto».
«Odio? Odiavo lui! Lo odiavo, ma nel breve momento in cui lei non c’era lo implorai di portarla via da me, di sollevarmi dalla sua presenza. Lo imploravo di fare qualcosa. Di prenderla, di amarla. Ma lei tornò prima che io potessi parlare».
«Smettila di raccontarmi le tue fantasie perverse» fece lui sbuffando. La lampada sul tavolo iniziò a sfrigolare.
«Ma ero supportato da dati concreti. Lo capivo dalla fitta che aveva il suo sguardo quando le parlavo di un’altra donna, da come si sedeva vicina a me e da come mi fissava nel fondo degli occhi. Per questo ad un certo punto l’ho baciata, afferrata, morsa, finché non ho rubato tutto il rosso della sua bocca. Lui ci guardava fermo sul marciapiede. E io pensavo a tutto questo, mentre riuscivo a trattenermi e con le labbra le sfioravo solamente la guancia». Pronunciai l’ultima frase in un leggero soffio, quasi sussurrando.
«Ci giochi, ma prima o poi crollerai. Ne ho incontrati tanti come te».
«Forse. Ma dovresti capirmi: il suo modo di sorridere imbarazzata, che riempiva di rughe d’espressione le sue guance, per poi cercare di cancellare tutto con delle spallucce… E le sue lettere! Le sue lettere erano piene di schizzi d’inchiostro pesanti come macigni!».
«O come una coltellata» disse inespressivo. «Perché proprio lei?».
«Non l’ho mai pensata bella» risposi dopo un attimo di silenzio. «La trovai carina quando la conobbi riportandola a casa anni fa, ma è una cosa che dimenticai il giorno dopo. Diversa fu l’impressione quando la rividi davanti alla cattedrale di Aleksandr Nevskij, e non era solo per i pantaloni marroni che ora riempiva con grazia. Chissà, forse se non si fosse seduta di fronte a me, o se non fossi stato l’unico con l’ombrello, non sarebbe successo nulla».
«È tardi per i rimpianti, ormai sei qui». Il suo tono non lasciava spazi da cui potesse filtrare empatia.
«Pioveva anche quando uscimmo la prima volta per guardarci negli occhi. Paradossalmente mi doveva una birra perché l’avevo aiutata col suo ragazzo. Nel locale io smettevo di parlare e la fissavo. E lei era sovrastata dall’imbarazzo. Si ritraeva un poco sulla sedia, assumendo l’espressione di chi vorrebbe dire qualcosa ma esita all’ultimo, o di qualcuno a cui venga premuta leggermente la pancia, mentre il suo sguardo passava quasi con una velatura di paura dal mio ciuffo alla mia camicia. Solo quando non ne poteva più della tensione ritornava sui miei occhi e se ne usciva con una frase con la quale riusciva sempre a sorprendermi».
«E quindi perché è finita così?».
Sospirai. «Le preannunciai tutto una sera, guardano le luci della città dall’alto, ma lei non mi credette. Corse i suoi rischi, volle restare con me. Ad un certo punto si sentirono dei fuochi di artificio, ma provenivano da un paese della periferia. Erano lontani e freddi, senza che lo scoppio fosse abbastanza forte da far vibrare lo stomaco».
«Ho delle prove: i lividi dimostrano come le cose furono più concrete di quanto tu non ammetti».
«Anche io. Il piumino è ancora macchiato di sangue e sulla divisa c’è un cuore non mio, ma di una persona che ormai se n’è andata».
«Finalmente!» fece il magistrato spazientito. «La prendo come una confessione?»

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2 risposte a "Noir bulgaro"

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