Collage di orme

«Ciao, come stai?»
La risposta tardò ad arrivare, iniziando a farmi dubitare della bontà della linea telefonica.
«Oh, mi chiami?» disse dopo qualche istante una voce seccata «Devo dedurre che domani il meteo sarà brutto!»
«Io almeno ho ancora un contatto con la natura» replicai.
«Un po’ meno con le persone, soprattutto quando c’è sereno. Cosa vuoi comunque?» il tono dall’altra parte della cornetta non allietava una giornata iniziata grigia e continuata senza interruzioni nel velo di pioggia.
«Ti volevo invitare a cena, ma se sei di cattivo umore lascio perdere»
«Ormai so che sei irrecuperabile, vengo volentieri» la sua voce aveva perso acidità, quindi accantonai l’opzione di ritirare l’invito all’ultimo con una scusa.
«Ti aspetto per le 20.30»

La ragazza arrivò in anticipo e il trillo fastidioso del campanello mi colpì mentre ancora armeggiavo con le pentole. Lei invece era bellissima, avvolta in jeans stretti più per dispetto che per piacere. Mi abbracciò saltellante, poi si tolse le scarpe dandomi la schiena, accomodandosi con nonchalance sul divano.

«Mi hai cucinato del pesce?» chiese allungandosi verso i fornelli.
«Molto alla lontana. Però il carpaccio di polpo è ottimo» risposi porgendole un bicchiere di vino bianco.
«A cosa si brinda?» Esasperò un’aria interrogativa, suggerendo che dovessi essere io a formulare la proposta.
«Al nostro incontro? Ormai è un avvenimento raro»
«Sei terribilmente privo di fantasia per essere un pennivendolo!» mi schernì lei prima di svuotare mezzo bicchiere in un sorso.

Tornai ai fornelli. Tolsi la pasta con le sarde dalla pentola e la versai in due piatti. Lei si sedette a tavola, incrociando le gambe sulla sedia.

«Allora? Parlami delle tue donne» esordì dopo la terza forchettata. Il tono nascondeva un poco di fastidio, ma decisi di ignorarlo. A volte i problemi basta non renderli espliciti per non farli concretizzare.
«Il solito. Da quanto non ci sentiamo?» dissi simulando noncuranza.
«Abbastanza perché tu abbia accumulato un numero sufficiente di storie per intrattenermi questa sera» continuò lei.
«Tu mi consideri una cattiva persona» risposi assumendo una finta espressione offesa.
«Non è vero, anzi stavo per complimentarmi per il sugo»
«L’ingrediente segreto è il nulla, ma non ti dirò mai in che quantità» dissi in tono serio.
«Smettila di fare il tenebroso e allietami il pasto! Ti sei innamorato?» non capivo quanto fosse seria e quanto mi stesse punzecchiando.
«Conoscendomi dovresti sapere già la risposta…»
«È inutile che fai il bullo, una volta è successo anche a te. O almeno ne mostravi i sintomi esteriori» mentre parlava ruotò la forchetta verso di me, puntandomela in modo indicativo.
«Quella ragazza era come l’Emilia dei CCCP» dissi seccamente.
«Rossa?!»
«Paranoica»
«Nessuno è perfetto, anche tu hai dei bei difetti» sentenziò.
«Ovviamente. Ah, se potessi montare una donna coi pezzi delle altre…»
«Ti annoieresti» mi interruppe lei «Sospetto che tu goda nella scoperta»
«Comunque è vero, ognuno ha le sue stranezze. Io ad esempio intuisco d’esser innamorato di una donna se la penso mentre guardo un programma di Daverio» dissi.
«Sì, ma perché lo guardi bevendo cognac. È l’alcool che ti fa abbassare la soglia dell’affetto»
«In realtà non sono io ad essere disincantato, sei tu a distruggermi tutti i sogni romantici!» conclusi ridendo.

Lei si zittì per un po’, mangiando pensierosa. Una ciocca di capelli le cadeva dalla tempia al pugno appoggiato alla guancia. La guardai per un poco, poi tornai a concentrarmi sulla cena.

«Dai, raccontami una brutta cosa che hai fatto» tornò lei alla carica dopo un paio di minuti.
«Non saprei, spesso il brutto si mischia al bello. Ad esempio farlo con una ragazza mentre si guarda “Harry a pezzi” come lo giudichi?» ero infastidito dalle sue domande, quindi puntavo a infastidirla a mia volta.
«Sciocco. Ma per lei: al posto di scoparti avrebbe fatto meglio ad ascoltare i dialoghi» disse senza esitare.
«Sei stranamente volgare e piena di pregiudizi per essere una ragazza colta» non mi aspettavo una sua uscita così dura «Vuoi il secondo o aspetti di digerire un po’ di cattiveria?» continuai.
Come risposta lei si alzò, portò i piatti nel lavandino e si mise a servire la seconda portata. «Faccio io» disse scostandomi con la spalla «Tu porta un’altra bottiglia di vino»

Presi la seconda bottiglia di Müller-Thurgau dal frigo e la misi in tavola. Le gocce di condensa iniziarono a formarsi e a scendere lentamente sul vetro. La stappai e colmai il bicchiere della mia ospite ben più di quanto il galateo prevedrebbe.

«Cambi donne quasi con la stessa frequenza delle bottiglie» fece lei dopo essersi seduta ed averne bevuto un abbondante sorso.
«Il bidone del vetro in balcone dimostra il contrario. O come Mick Jagger sia in realtà un dilettante» risposi sarcastico.
«Va bene, ho esagerato» ammise «Ma non puoi negare una tua allergia alle relazioni di una certa durata e stabilità»
«Le storie nuove hanno solo eccitazione, quelle consolidate ansia» sentenziai.
«Però non torna: tu non chiudi mai davvero con le tue donne» il tono faceva intendere come lei non si sarebbe accontentata di qualche stupido aforisma per chiudere il discorso.
«Sono loro a non riuscire ad odiarmi» dissi alzando le spalle.
«Devi aspettare poiché solo col tempo provi una qualche forma di sentimento profondo. Ti piace perché è vivo e nessuno te lo può togliere perché dipende da te; solo che quel sentimento è la nostalgia: sai che puoi avere anche altre emozioni dalle persone?» aveva continuato a parlare come sei io non fossi mai intervenuto. Sembrava stesse recitando; probabilmente erano pensieri su cui rimuginava da un po’. Mi venne il sospetto che fosse venuta alla serata solo per potermi fare questa ramanzina.
«Vedi? Anche tu usi il plurale» dissi «Ogni persona ti può donare sensazioni ed emozioni diverse, quindi perché limitarsi a quelle che vivi con una sola? »
«Ma così una donna deve competere con tutte le altre messe insieme! Come può vincere?»
«Mi piace puntare in alto» risposi con un finto tono autoritario.
«E allora perché studi storia?» disse lei punzecchiandomi. Non era la prima volta che mi faceva pesare il suo impiego fisso come avvocata, confrontato con il mio arrabattarmi fra riviste sportive e polverosi archivi di stato.
«Magari una cosa influenza l’altra. Sarà che da storico mi piacciono più le vicende finite?» esasperai di proposito un tono interrogativo.
«Non dire cazzate e passami il vino»

La bottiglia era a metà e la cena alla frutta. O al dolce. Le passai una ciotola di gelato e lei tornò a sedersi sul divano. Rimase in silenzio per un po’, sbattendo in sovrappensiero il cucchiaino sulla ceramica nera.

«Mi consideri male solo perché sono sposata» disse con un tono che poteva ricordare vagamente quello di una bimba piagnucolante.
«Ma no, faccio anch’io un sacco di scelte sbagliate nella vita» risposi.
«Lo dici troppo serenamente per essere serio» i suoi occhi erano fessure.
«Se hai scheletri nell’armadio usciranno fuori» dissi «Comunque l’importante è che questi non inizino a rubarsi i sogni nei cassetti»
«Non è che mi stai usando per scrivere uno dei tuoi dialoghi?» fece lei tornando seria e arrabbiata.
«Non lavoro mai quando ho in casa una ragazza» risposi mentre mi accomodavo accanto a lei. La condensa sotto la ciotola iniziava a gocciolarle sui pantaloni, così si spostò incrociando le gambe nell’angolo del cuscino.
«La fisica dice che è la differenza di potenziale, l’alternarsi degli stati, a creare elettricità» ripresi io guardandola negli occhi.
«Neppure tu puoi essere così cinico» rispose lei più implorante che accusatoria.«Anche se effettivamente l’unica volta che hai detto ad una ragazza di esserne innamorato è stato per lasciarla!» continuò, portandosi il cucchiaino sulle labbra. Aveva ripreso il suo contegno da donna dura ed emancipata.
«Però ero sincero» mi difesi.
«Tu m’inquieti» disse spostandosi ancora più a destra sul divano. Poi riprese: «Hai mai pensato di smettere di arrampicare per una donna?»
«No. Non ho mai preso in seria considerazione il suicidio» risposi.
«Non nasconderti dietro all’ironia!»
«L’autoironia è una forma di sincerità. Solo che è interessata e deviata, condotta e addomesticata»
«Comunque sei un tossico!» continuò lei «Dovrei presentarti un mio collega con la tua stessa ossessione»
«Arrampica anche lui?» chiesi.
«No, si fa le pippe…» mi rispose sarcastica «Certo che arrampica!»
«Ma su che gradi? Sai, fino al V sono sentieri, dal VII diventa azzero. L’arrampicata è solo sul VI» L’argomento mi annoiava, quindi speravo che introdurre una terminologia tecnica la portasse a cambiarlo.
«Ma cosa vuoi che ne sappia io!» lei intuì il messaggio e si chiuse un offeso silenzio.

La luce del giorno era ormai scesa e ora virava su toni più caldi. Nella penombra creata dal cono del lampadario notai come la mia ospite si fosse nel frattempo sbottonata la camicetta. Sotto non si vedeva nulla, se non la sua pelle liscia e con un’abbronzatura morbida.

«Se non chiudi quel bottone giuro che per ripicca inizierò a provare a portarti a letto»
«La mia camicia aperta è già una ripicca! Voi la barba non la nascondete, no? E allora lasciami esibire i miei attributi sessuali» Il suo tono sembrava seriamente arrabbiato.
«Allora mi giro. Già che guardo verso il freezer: vuoi dei ghiaccioli?»
«Hai davvero dei ghiaccioli?!» fece lei con un eccessivo stupore che a sua volta mi sorprese.
«Certo. Perché lo trovi strano?»
«Non so… Sarà che non rientravano nella mia spesa canonica da studente fuorisede»
«Perché no? Costano poco e sono buoni. E poi sai come io preferisca il ghiaccio al caldo»
«Se inizi a fare l’alpinista ti picchio» disse spingendomi scherzosamente di lato «Dammene uno alla menta piuttosto»

Frugai sul fondo dello scomparto del congelatore fino a trovare un ghiacciolo verde. Glielo lanciai, mentre per me presi solo dei cubetti di ghiaccio per il drink. Restammo in silenzio per un po’, cullati dal rumore del bicchiere, dello schioccare ostentato delle sue labbra e della tromba di Baker in sottofondo.

«Cercando la chiave perderai la porta» sussurrò.
«Hai bevuto troppo» risposi con un tono di voce che mi parve troppo alto, quasi urlato, se confrontato al suo intimo sibilo.
«Ti capita di essere felice una volta ogni tanto?» continuò lei senza considerarmi.
«Spesso in realtà. E a te?»
«Sei sempre fastidiosamente sereno» disse senza rispondermi «E saccente»
«”La cultura è come la marmellata: meno è e meglio si spalma” diceva un mio amico»

La osservai mentre mi guardava seccata. Il mento arretrato e il viso affusolato le davano un aspetto più stupido di quanto non fosse lei in realtà. Erano però controbilanciati da un naso aquilino, a suo modo molto grazioso, e da due occhi turchesi che non riuscivano a nascondere la brillantezza che vi si trovava dietro. Era una bella ragazza: la vita stretta le faceva risaltare le curve dei fianchi e lei esaltava la cosa consapevolmente col vestiario. La gestualità veloce faceva invece trasparire inquietudine per quello che potevo dire o fare.

«Io alla tua età non mi sarei bastato. Sei un’entusiasta, ti piace quasi ogni brano musicale, ogni serata fuori, ogni sport… e ti piace un solo ragazzo?» dissi con un tono di voce forse troppo dolce.
«Se gli altri sono precari e temporanei TU sei precario e temporaneo. È questo che ti angoscia» contrattaccò lei.
«Mi sembra banale» risposi.
«Ecco, e poi hai paura della banalità!» mentre diceva ciò si alzò sul divano e si sporse minacciosa verso di me.
«Lo nego! Ho fastidio per la non consapevolezza o non ammissione di quello che si fa» poi guardandola dritta negli occhi aggiunsi «Una volta mi sono invaghito molto di una ragazza banale»
«Penso che, dopotutto, se tu non avessi più questa tua vena odiosa perderei quell’ irrazionale fascino che provo per te» disse lei ributtandosi con la schiena contro il divano.
«Tu invece non sei male neanche così»
«Sei troppo buono» disse portandosi la ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Ma no, la bontà non rientra fra i miei difetti» risposi.
«Ecco, vedi? Ti allontani sempre dalle cose dolci!» era arrabbiata per davvero.
«Se uno si tuffa solo nel miele della vita poi le ali s’incollano e la mente non vola più» mimai uno svolazzo con la mano in aria.

Per tutta risposta lei mi tirò uno schiaffo, quindi senza dir nulla si accoccolò sul divano, appoggiando la testa sulle mie gambe. Rimase così per una decina di minuti, poi sempre in silenzio ci alzammo. Io andai verso il frigorifero e tirai fuori due birre.

«Forse ho paura di restare sola» disse lei guardando nel vuoto.
Non ero sicuro che stesse parlando realmente con me, ma risposi comunque «Quando siamo soli nessuno ci può nuocere, quindi in realtà quando sei terrorizzata in una stanza al buio, quello di cui hai paura sei tu»
«Forse hai ragione, quindi non ti chiederò di accompagnarmi a casa» la sua voce aveva riguadagnato spavalderia e un pizzico di ironia «Voglio confrontarmi con me stessa»

Si alzò, lanciò la lattina vuota nel lavandino e si rimise le scarpe. Poi con un gesto fulmineo si girò verso di me, mi baciò una guancia e senza ulteriori saluti aprì la porta e se ne andò. Prima di richiudere l’uscio la sentii canticchiare tra sé e sé mentre scendeva le scale.

Il silenzio era calato troppo in fredda, mi sentivo quasi confuso. Lasciai la birra semivuota sul tavolo e andai a sdraiarmi sul letto, rimanendo a fissare il soffitto al buio per un’oretta, finché non fui risvegliato dal torpore da un clacson di un’auto nella via sotto casa. Mi girai sul fianco e presi il cellulare. Non avevo voglia di contattare il mondo, così senza controllare eventuali notifiche andai semplicemente sull’applicazione per gli sms. Digitai il suo numero e quattro parole: “mi manchi, non tornare”.
La sua risposta arrivò dopo pochi minuti: “non ne avevo intenzione”.

La-Cueva-de-las-Manos

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2 risposte a "Collage di orme"

  1. saper gestire i dialoghi è già buona cosa. saper tradurre in dialoghi l’incomunicabilità denota ottime capacità in cabina di regia (mi viene in mente qualcosa tipo, non so se rendo l’idea, Fellini che si diletta in un remake d’un classico del neorealismo come “Roma, città aperta”). forse c’è qualche eccesso aforismatico nelle parole di lui, ma nel complesso l’inquietudine prende corpo lo stesso, anche grazie a più d’un pizzico d’ironia. compliments.
    (occhio, refuso: in “al posto scoparti” manca un “di”)

    1. Danke! Yes, come dialogo ha grosse pecche, ma ho trovato complicato unire un insieme di classiche frasi (cattive?) e di stereotipi verso di me in un unico testo. è emerso forse un pezzo troppo denso per essere godibile, ma non mi dispiace l’effetto “pugno nello stomaco” che dà.
      (Osp! Grazie per la correzione. Il sesso distrae sempre)

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