Apatia

Un giorno Dario non riuscì più a lavorare. Qualche amico da sempre dubitava che la sua attività si potesse definire lavorativa (“scrivere sul pc non è un lavoro!”), ma fatto sta che battere i tasti giusti sulla tastiera gli permetteva di guadagnare quel serviva per pagare la sua parte di affitto e delle spese; al resto pensava sua moglie Anna. Lei aveva fatto fruttare una rapida laurea in economia trovando un impiego in una banca locale, e ora le sue entrate fisse controbilanciavano il flusso meno regolare delle sue paghe dilazionate tipiche delle partite IVA. In ogni caso, al contrario di quello che s’immaginavano i meno fantasiosi dei suoi conoscenti, il lavoro non mancava, e dividendosi fra tre o quattro clienti riusciva ogni settimana ad essere impegnato per una quarantina di ore. Il lavoro c’era, era lui a non riuscire più a svolgerlo.

Il tutto iniziò (o finì) un lunedì. Com’era solito fare – nonostante lavorasse da casa cercava di imporsi una routine – si alzò verso le sette, sintonizzò la radio sulla rassegna stampa e si preparò una colazione ad alta concentrazione di carboidrati e caffeina, mentre Anna si truccava velocemente e correva in ufficio dopo un breve bacio. Anche se si frequentavano ormai da molti anni, Dario non era ancora riuscito a capire come lei fosse in grado di saltare ogni giorno il primo pasto della giornata, ma questa era una cosa sulla quale la sua mente aveva smesso d’indagare molto tempo fa. Il rituale mattutino proseguì con una visita al bagno, dove trascorse più tempo a fissare dalla finestra la lontana strada trafficata, colma di auto e di mezzi pubblici ingolfati di pendolari, che di fronte allo specchio per radersi; poi in pantaloni della tuta e camicia (la riteneva necessaria per auto-trasmettersi serietà) si sedette davanti  al pc – la vecchia e logora sedia risalente ai tempi dell’università era stata sostituita da un insieme di design e cuscini, regalo dell’ultimo Natale da parte di Anna – e iniziò a bighellonare, controllando mail e navigando senza meta per internet. Resosi conto di aver tirato ormai le dieci e mezza provò a concentrarsi, ma la mente proprio non ne voleva sapere di accendersi come lo schermo. Rimase ore a fissare nel vuoto un punto prospetticamente posto dietro la tastiera, finché la ventola della torre iniziò a protestare rumorosamente per la temperatura agostana che ormai aveva invaso la stanza. Dario si destò dal torpore e dette la colpa dello stesso al caldo umido, riproponendosi di recuperare il tempo perso dopo pranzo, ma la scena si ripeté identica.

In realtà non dormiva. Il torpore in cui cadeva era sì pesante, ma non abbastanza da essere considerato una fase REM. Era come se la mente si rifugiasse nella testa, spezzando parte dei legami con le sensazioni e gli arti, allontanandosi dalla parte conscia e attiva di Dario. Poteva avvertire chiaramente un leggero cerchio che stringeva il suo cranio con forza e dolore crescenti, fino a far scattare un interruttore il quale, come rispettando un’oscura norma di sicurezza, lo scollegava da tutto. Non faceva nulla, ma giungeva a sera comunque esausto. La testa sembrava sfiancarsi nel solo tentativo di rimanere connessa alla realtà, col risultato di buttare via ore, ritrovandosi stanco e senza nessuna nuova frase utile scritta sul monitor. Tracciava sul foglio di lavoro solo poche parole sparse. Sembrava non riuscisse a partire, non riusciva a giungere a quel momento in cui la nebbia si dirada e inizia un flusso creativo chiaro e indirizzato, e tutto ciò che gli passava per la mente erano aforismi e battute già pensate in passato, buone e allo stesso tempo inutili in ogni contesto.

Si sentiva come quando si era recato con Anna in Puglia per una settimana di ferie estive: nei giorni di scirocco il clima umido e caldo li fiaccava al punto da rendere impossibile il non addormentarsi dopo pranzo. Dario trovava che la sensazione che provava ora fosse grossomodo quella, con la sola differenza che adesso non veniva più portata via dalla brezza della sera, che dal mare asciugava l’umidità che aveva bagnato le sughere al punto di farle apparire come appena uscite da un acquazzone. E che ora la sua testa non trovava dei caldi seni come cuscini.

«Non fa così caldo» disse lei una volta, dopo averlo trovato addormentato a letto. «Sei sicuro di non bere troppo?». Il suo tono e il suo sguardo non facevano trasparire rimprovero, ma solo dolcezza e preoccupazione. Era un dubbio che anche Dario si era posto. Rispose che no, non aveva bevuto nient’altro che acqua a pranzo, e che anzi era da qualche tempo che rinunciava anche al sigaro postprandiale, temendo che la botta di nicotina potesse essere la causa di questo suo malessere. Non bere gli pesava. L’alcool, a differenza di quanto si possa pensare, non lo aiutava ad essere creativo ma a rimanere concentrato. Lo aiutava ad entrare nella “bolla” che una leggera intossicazione etilica crea; serviva a mantenere la testa dentro a un casco, ad evitare distrazioni e interruzioni al flusso dei pensieri.  Da sobrio non riusciva ad inchiodare la mente sulla scrivania, ma anche un solo bicchiere a pranzo sembrava rendere le sue palpebre così pesanti che mantenerle aperte risultava impossibile.

Non sempre si addormentava davanti allo schermo, talvolta perdeva tempo sfogliando vecchie foto o qualche notizia inutile su internet. Staccare dal foglio di lavoro per leggere un quotidiano o per documentarsi su qualche fatto che casualmente gli fosse passato per la testa non era una novità. Lo faceva da sempre, ma non aveva mai inciso negativamente sulla sua produttività. In effetti nonostante le apparenze e la vita che cercava d’imporsi, Dario aveva nell’animo uno stile piuttosto sregolato: poteva passare un intero pomeriggio divagando, salvo poi iniziare a comporre il pezzo richiesto per ore e ore di fila senza pause, spesso fino a notte inoltrata. Anzi, si sentiva molto più produttivo nelle tarde ore del pomeriggio e della sera che alla luce del giorno, e per questo prima di convivere spesso rimandava la cena fino ad orari antelucani, in modo da non interrompere il getto della scrittura. Vivendo con Anna ciò si rese impossibile; gli sarebbe parso maleducato non mangiare con lei. E poi adorava fissarla mentre sedevano l’uno di fronte all’altra al piccolo bancone della cucina. La sua compagna era una delle poche persone ad apparire più attraente con gli occhiali che senza: aveva un viso ovale e affusolato, incorniciato da capelli lisci, neri e lunghi, al punto che quando venivano raccolti in una treccia (cosa che faceva spesso) questa scendeva sotto l’altezza dell’ultima costola. Aveva un bel fisico, che lei amava esaltare nel sobrio modo elegante dei bancari, ma la consistenza della pelle e alcune prime rotondità indicavano già come la sua tendenza sarebbe stata quella di allargarsi sempre di più col passare degli anni.
Lui non notava tutto ciò, e anche se l’avesse fatto ormai non c’avrebbe più dato peso. Tre anni fa avevano iniziato a convivere. Dopo dodici mesi Dario riuscì a tenere a bada la pervenuta voglia di maternità della consorte acconsentendo all’acquisto di un gatto, e ora quella enorme palla bianca s’aggirava indolente e sorniona per casa: lo afferrò ponendo una mano appena dietro le zampe anteriori, lo sollevò nonostante il suo sguardo di rimprovero e se lo posò sulle gambe. Non fece in tempo a sistemare la coda che già dormiva con un respiro lento e pesante. Dario lo seguì pochi minuti dopo.

Il lavoro non compiuto sottraeva tempo a tutto il resto. Il fatto di avere dei testi da consegnare lo spingeva a starsene seduto alla scrivania senza dedicarsi ad altre attività o hobby, anche se queste limitazioni non impedivano alle ore di passare senza essere state produttive. Iniziò a cercare cause improbabili. Forse il motivo della sua improduttività, si disse, poteva risiedere nelle tende che Anna aveva messo ad ogni finestra: non vedeva più il mondo esterno, e questo forse favoriva un suo eccessivo rinchiudersi in se stesso. Oppure poteva essere il normale mutare della relazione con lei ad influenzare il suo lavoro. Dopo anni di frequentazione era finito il tempo in cui faceva l’amore col partner ed era iniziato quello in cui, in realtà, andava a letto col rapporto che si era costruito fra loro. Ultimamente gli capitava spesso di scoprirsi a pensare alla loro prima volta, e a rimpiangere la sensazione di lei realmente stregata dall’immagine che lui era riuscito a trasmettere di sé. Ma il pensiero che trovava più inquietante, al punto di non formularlo mai compiutamente, relegandolo allo stato di sensazione del subconscio, era quello di dover ammettere di non avere più una capacità creativa. Viveva e vendeva le sue idee, cosa sarebbe successo se non ne avesse più avute? Quest’ombra iniziò ad afferrarlo alla gola più volte al giorno, ricacciata generalmente dal ragionamento più razionale che fosse la calura estiva la sola responsabile di tutto ciò.

Provò ogni tipo di possibile orario, iniziando a lavorare all’alba o restando alzato fino al mattino del giorno dopo. Provò a dormire molto o a privarsi del tutto del riposo (salvo addormentarsi pesantemente una volta sedutosi alla scrivania). Provò a variare la sua dieta o il luogo di lavoro, trasferendosi in ogni stanza della casa e perfino in giardino. Forse recarsi in una biblioteca avrebbe potuto aiutarlo a ritrovare la concentrazione, ma anche la più vicina distava più di due ore dalla loro casa isolata nelle vigne, e l’auto serviva ad Anna per recarsi in ufficio. Inoltre doveva occuparsi delle faccende domestiche: i patti con lei prevedevano che rimanendo a casa dovesse essere lui a occuparsi di queste, e Anna era quel tipo di persona che non avrebbe compreso una dilatazione del tempo fra il pranzo e il lavaggio dei piatti; o che non accettava come in certi periodi di particolare carico lavorativo le pulizie meno ordinarie potessero essere rimandate a periodi più liberi.

Provò a scrivere a mano. La cosa non gli dispiaceva: permetteva di rendere più veloce il flusso di parole dai pensieri giù verso la mano, fino ad essere fissate sulla carta dalla stilo, ormai non più mutevoli e pronte ad essere revisionate e corrette. Permetteva di scrivere riducendo lo stato di coscienza, ma in genere tendeva ad evitarlo per non essere costretto a dover ribattere sul pc il tutto. L’idea lo colse mentre si trovava a letto, steso da un momento di abulia particolarmente radicato e profondo. Stava lottando per mantenere gli occhi aperti, non per un colpo di sonno, ma per quel profondo fastidio che nei momenti d’inattività provava per il mondo che lo circondava. Fulminato dalla rivelazione che poteva permettergli di uscire da quella fase di stasi, raccolse le forze e si trascinò sul bordo del materasso, afferrando dei fogli e una stilografica. Iniziò a tracciare qualche segno, a comporre qualche frase isolata, ma l’inchiostro finì dopo pochi minuti. Si rigirò sulla schiena, resa appiccicosa dal sudore, cercando di rammentare dove tenesse le cartucce di riserva, ma prima che potesse ricordarselo si addormentò.

Ingrassava, ma non riusciva a non pensare che fosse solo la vita che aveva dentro che tentando di uscire tirava la pelle, ed essa si allungava e si sformava come la manica di un maglione strattonata per troppe volte, rimanendo flaccida e penzolante. Si costrinse ad andare a correre un paio di mattine, sperando che le endorfine da sforzo fisico lo aiutassero a superare questa  fase di anedonia, ma il sol risultato ottenuto fu quello di crollare entrambe le volte sul letto dopo la doccia, ancora in accappatoio, risvegliandosi infreddolito e con nelle narici l’odore di bagnoschiuma e panno umido.

Si sentiva il cranio esplodere da dentro. Era insonnolito, con un peso sulla testa che lo intontiva. Si alzò dalla sedia e si buttò sul letto a pancia in su, sapendo come fosse la cosa che più di tutte doveva evitare, e al tempo stesso non riuscendo ad impedirsi di compierla. Entrò subito in quella fase di sonno consapevole e di immobilità dei movimenti volontari, finché non riuscì ad addormentarsi seriamente. Il risveglio lo lasciò ancor più intontito e disorientato, con la bocca secca e gli occhi che bruciavano, come se in entrambi fosse finita della sabbia. Provò ad alzare una mano per sfregarseli, ma questa non rispose. Non riuscì neppure a piangere per avere un po’ di sollievo dalle lacrime. Rimase fisso ad osservare il soffitto, sempre supino, con le braccia stese oltre la testa e leggermente piegate verso l’interno.

In quel momento il gatto saltò sul letto. Camminò lentamente sul lenzuolo scavalcandogli le gambe; salì lungo il tronco, annusandolo di tanto in tanto, fino ad arrivare a strusciare il muso contro la sua guancia. Poi, dopo un secondo di immobilità, si rovesciò su un fianco andando a coprirgli il volto. Dario poteva sentirlo fare le fusa, mentre le narici si riempivano di candidi peli e il suo mondo si tingeva di un bianco accecante. Un mondo soffice, caldo e coccoloso. E senza aria.

Accidia, Bruegel
Accidia, Bruegel
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