Mix di ceci

«Se ho vissuto un vero momento estivo quest’anno, è stato solo quello trascorso tra quelle case basse che sembravano voler sfuggire dal calore umido che saliva dall’asfalto. I colori dei muri erano stinti, le insegne dei negozi segnavano con precisione solo i decenni passati e tutto era circondato da magri campi, più residui di terreno ancora non costruito che appezzamenti destinati alle piante.
Seguendo la voce metallica del navigatore m’infilai tra quelle strade ortogonali, chiedendomi se quel panorama così estraneo sarebbe mai diventato a me famigliare. Le indicazioni mi portarono in una vietta laterale e mi dissero che ero giunto a destinazione. Io concordai solo quando la vidi uscire da un cancelletto metallico che apriva un varco tra due siepi ruvide.
La sua abitazione sembrava avere in giardino una piccola oasi fresca. Parcheggiai nell’ombra di un cedro l’auto proveniente dalle Dolomiti venete, luoghi che ora immerso in questo paesaggio mi parevano irreali e possibili solo come frutto della mia fantasia, e la salutai mentre mi raggiungeva alla portiera. Il suo profumo leggero mi arrivò addosso insieme ad una ventata d’aria calda e umida, che spazzò via il benessere posticcio dell’aria condizionata.

Lei aveva grandi occhi verdi e dei seni ancor più grossi e interessanti. Era vestita in modo fresco e il leggero velo di sudore mi unì semplicemente di più alla sua pelle morbida mentre l’abbracciavo. Non ricordo se le baciai anche le labbra gonfie, forse no. Il caldo umido della pianura rendeva lucido ogni centimetro di noi scoperto e nell’aria aleggiava l’odore acido e penetrante dell’antizanzare. Lei mi prese per mano e mi condusse dentro l’abitazione con una certa timidezza e goffaggine, o almeno ciò mi sembrò all’epoca.
Il tempo dovette accelerare mentre facevo una doccia e la sera scese presto. Raffiche di vento facevano fremere le piante sul balcone e i tuoni in lontananza scandivano l’intensificarsi del buio. Dalla finestra di fronte giunse un urlo: doveva essere iniziata la partita della nazionale. Mi chiese se volevo vederla, mentre seduto sul tavolo del suo balcone mangiavo patatine e assaggiavamo insieme la birra speciale che aveva aperto per il mio arrivo. Dondolando le gambe, risposi che non m’interessava e che volevo vedere qualcosa con lei, ma che fosse per noi due soli. Non volevo condividere questo momento con altri e ogni evento trasmesso in televisione acquista senso solo come catarsi pubblica.
Tirò fuori un Custoza dal frigo e la bottiglia si riempì di gocce di condensa, tanto che sembrava appena uscita anch’essa dalla doccia. Mi trascinò sul divano. Le gambe calde e morbide su cui appoggiavo gli addominali tremavano leggermente e un’abat-jour gialla illuminava la stanza senza disturbare la dolcezza dell’ombra e senza riflettersi nello schermo del pc. Su di esso una citazione di Shakespeare iniziò a scorrere narrata da Allen.

Ci ritrovammo nel suo letto. Il muro corto della stanza era ingombrato da un tempietto buddista e da idoli del suo culto dell’amicizia, incarnati da fotografie e scritte sull’intonaco verde di adolescenti dall’estro poetico. La camera era stata pensata per più figlie, ma lo spazio destinato a un letto era ora vuoto, trasformato in loculo a memoria di una sorella ora dedita ad altri parenti e ad allevare una vita sua, nel senso da lei creata e da lei dipendente. I ritagli di giornale incollati sopra al luogo in precedenza occupato da un cuscino parlavano di gusti più semplici e di scarsa sensibilità musicale. Il letto della persona che mi trascinava per la mano era invece messo di traverso, in modo da occupare nel modo più scomodo possibile lo spazio della stanza. Lo trovai una piacevole metafora di quello che lei stava facendo con la mia vita, ma non ne capii l’implicazione più scontata e significativa.
L’odore del suo corpo era ancora coperto dallo spray antizanzare, cosa che non riusciva a tenere insetti grandi come i suoi dubbi lontano da noi. Eravamo già nudi per il calore, accentuato dalla tapparella abbassata che tagliava l’alito di vento che il temporale in lontananza aveva creato in quella porzione piatta di pianura, ma iniziammo prima a parlare. Il suo timore s’accompagnava in dolce ballo coi miei racconti, al contrario sempre più sereni, ed io ero felice di trovare un appoggio dove poterli posare e osservare dall’esterno. Il contatto con la sua pelle mi era già famigliare, non m’intimidiva e anzi mi spingeva ancor di più ad indagarmi senza fatica. Lei alternava estasi per quello che si scopriva a dirmi a brevi momenti crisi psicologica. Ad un’ora che era più vicina alla sveglia che al coricarsi, abbracciandomi cercò solo la prima. Poi continuammo a parlare finché la notte stingendo iniziò la sua fine.

La mattina mi svegliai troppo presto secondo il mio orologio biologico, tardissimo secondo quello legato al mio polso. Lei dormiva dandomi la schiena, con le lenzuola scagliate lontane nella speranza di legare a loro il caldo e l’afa. La osservai libero per una volta dalla preoccupazione d’intimidirla col mio sguardo fisso sulle sue pupille, impercettibilmente segnate da un leggero strabismo. Aveva una peluria fitta, ma così bionda e sottile che s’intravedeva solamente quando una luce la colpiva di lato. A tradirla in questa penombra forata dalle tapparelle erano soltanto i buchi che i follicoli creavano sul tatuaggio posto tra schiena e collo. Pensai ai suoi disegni impressi sulla pelle, a quanto mi sembravano lontani da me, ma anche a come non potessi immaginarla senza. Erano disegni che neppure capivo nel loro significato più profondo, ma che ora amavo.

Gli impegni della giornata o il calore del giorno ci spinsero fuori dalla sua stanza esposta a est. Lei fece colazione con un ghiacciolo dalla confezione vintage. Io ingurgitai un paio di fette di torta salata avanzate dalla sera prima, incartando le altre per il pranzo. Mentre si faceva la doccia mi persi nella biblioteca di famiglia e fu lì che lei mi ritrovò uscendo dal bagno. Mi prese per la mano e mi fece scendere nella taverna. Mi portò davanti allo scaffale con le pipe e gli accendini del padre, poi si sedette in silenzio ad osservami. Io presi tra le mani un paio di Dupont, annusai una radice di radica, e fui attratto da una riproduzione di una pistola ottocentesca e da alcune bottiglie assai invecchiate di whisky. Lei non staccava gli occhi dalle mie mani, ma io ero troppo distratto dalla sua presenza per pensare ai suoi pensieri. Alla fine l’afferrai per la vita e la portai nuovamente di sopra.

Il castello dominava l’autostrada. L’avevo notato dalla prima volta che ero passato di lì e da sempre avevo desiderato visitarlo, ma come molti oggetti posti lungo un percorso abituale non era mai diventato nulla di più concreto di un qualche discorso tra viaggiatori. Questa volta mi sentii fuori dal mio ordinario, desideroso di uscire dalla mia quotidianità, quindi imboccai l’uscita dell’autostrada e condussi l’auto sotto i possenti bastioni che brillavano per il sole estivo. L’aspetto esterno era imponente, con le curve delle mura che svettavano orgogliose sopra la valle. L’interno smentiva però l’impressione esterna e a discapito della possanza delle forme esterne, il cortile, seppur non in rovina, era ricco di ampi spazi vuoti e l’unica cosa che riusciva a trasmettere era questa assenza che s’insinuava dentro i miei pensieri e l’impregnava come fosse un fumo prodotto da legna bagnata. Gli edifici intatti erano composti da vuoti saloni con poche armature arrugginite e qualche traccia di colore sui muri per far intuire qualcosa di più di quello che erano in realtà. Cercando girai tutto lo spazio delimitato dalle mura, ansioso di trovare qualcosa che non riuscivo a definire neppure a me stesso. Infine un vento fresco mi vinse e mi appoggiai ad un parapetto, facendomi rinfrescare dalla brezza che correva incanalata dalla lunga valle. Lei si appoggiò accanto a me pesandosi sui gomiti e portando le mani dietro la nuca. Se era annoiata da questa visita o se percepiva il mio disagio, non lo dava a vedere. In realtà non capivo cosa provasse, e forse inconsapevolmente mi rifiutavo di farlo. Lei si aggiustò i capelli e togliendosi gli occhiali da sole si volse verso di me sorridendo. Mi ritrovai a non sapere a cosa pensare. Mi sentivo felice e inquieto. Per non ragionare la baciai sulle labbra»

Le parole s’interruppero di colpo. Avvertirono la scossa fin nei palmi appoggiati a terra. Nell’aria, sovrastando il rumore della pioggia e del vento, echeggiarono un tuono e una bestemmia.

«Se anche in queste situazioni non diventi religioso, penso proprio che la tua sia una non-fede salda»
«’fanculo»
«Prego. Tutto bene? Io la sberla l’ho sentita forte»
«Cristo» la successiva interazione con la divinità fu piuttosto colorita «Che posto di merda per crepare»
«Ti ricordo come sia stato tu a proporre questa via»

La stretta cengia sulla quale i due alpinisti si trovavano era situata a circa quattrocento metri dal terreno e a soli sessanta dal termine della via. La parete sia al di sotto che al di sopra di loro era perfettamente verticale ma non liscia, spezzata da diversi diedri e fessure oblique. Anche le macchie di colore si alternavano, per quanto il giallo fosse la tonalità decisamente prevalente. A rompere la continuità della verticalità era però solo questa esile passerella, alta all’incirca un metro e formatasi grazia a un’intrusione di una roccia più rossiccia e morbida, che nel corso dei secoli si era ridotta in ghiaia lasciando questo lungo solco leggermente obliquo sulla montagna.

«Guarda il lato positivo, almeno siamo seduti. Se proprio devo rimanere fulminato preferisco che accada qui piuttosto che mentre sono appeso ad un paio di chiodi marci»
«Mi hanno detto che esplodo quando un fulmine li prende»
«Sicuramente la mia principale preoccupazione nel caso un fulmine mi colpisca»
«Non voglio precipitare»
«E io non voglio friggere, quindi direi che possiamo trovare un accordo»

L’accento è lombardo, ma la permanenza fuori dalla regione ha chiaramente influito su entrambe le loro cadenze. Le voci si sentono a fatica tanto è lo scrosciare dell’acqua che scorre ad appena mezzo metro davanti a loro, fuori da quella stretta rientranza dove i due si sono riparati una volta sorpresi in parete da questa repentina mutazione del tempo.

«Se il vento gira e inizia a soffiarci la pioggia sotto il tettino anneghiamo, altroché»
Il secondo scalatore bestemmiò ancora «Ecco, saremo i primi ad annegare in parete. Sai che ridere?»
«Per noi non tanto. Comunque tranquillo, hai mai sentito di un’autopsia eseguita su due ragazzi morti arrampicando? È già tanto se ci sentiranno il polso»
«Da morto avrò altro di cui preoccuparmi» disse, chiudendo la frase con un’ulteriore bestemmia.
«Se esiste un Dio avrai qualche secolo per espirare tutte le volte che l’hai chiamato invano»
«Invano? Se non cerco un suo aiuto ora non vedo proprio quando farlo!»

Indossavano entrambi vestiti dai colori vivaci, anche se ora apparivano scuriti dall’acqua sulle spalle e sulle gambe, dietro le quali si rannicchiavano cercando di conservare un po’ di calore. Le imbracature erano collegate con una corda a due dadi d’alluminio e a un chiodo d’acciaio, martellati nelle fessure della roccia irregolare della cengia. La ricerca di vivacità e adrenalina ora si scontrava con il lato oscuro dell’esposizione che l’alpinismo dona.

«Comunque son felice: il fulmine ha stoppato la tua storia sdolcinata. Poi ora l’essere stato mollato non ti sembra la cosa più brutta della tua vita, no?»
«Lo pensavo anch’io, ma mi sto rendendo conto di come non mi strugga a sufficienza per farmi desiderare la morte, ma abbastanza per infastidirmi anche in questo momento. Ecco, quello che provo è un enorme fastidio per come è evoluta tutta la faccenda» rispose il primo ragazzo «E poi non ti ho detto che ci siamo lasciati» aggiunse dopo un attimo in cui era rimasto in sovrappensiero.
«Non mi dici mai nulla delle tue storie intanto che le hai. Se ti consola, ti giuro che sono infastidito anch’io, ma non per i tuoi due di picche»
«È bello trascorrere del tempo in compagnia di una persona così empatica, ti ringrazio»
«Se ti ripeti non è colpa mia. E non è colpa mia se t’innamori di ragazze a cui in realtà non piaci. E poi non vale vantarsi di non creare legami e lamentarsi quando una ti usa proprio perché in cerca di questo»
«Potrei dire la stessa cosa in merito ai tuoi gusti discutibili in fatto d’arrampicata: ti sembra che questa parete ci ami? Proponi solo vie sulle quali si deve rischiare e soffrire. Chissà perché mi lego ancora in cordata con te…»
«Almeno qui devi vivertela fino in fondo e senza scuse, checca» disse il secondo arrampicatore, interrompendosi per colpa di una raffica di vento particolarmente violenta. Poi, dopo l’ennesima imprecazione, riprese «Ti racconto io una storia triste, altro che le tue bionde»

Il suo interlocutore girò appena la testa verso di lui, senza dire nulla e con uno sguardo che indicava tutto fuorché accordo, ma il secondo scalatore lo interpretò come un gesto d’assenso e d’attenzione, quindi assumendo un’ironica posa teatrale iniziò a narrare con voce pomposa «Il netto sobbalzo dell’auto mi fece sprofondare in un abisso inversamente proporzionale alla vertigine in cui mi trovavo solo dieci minuti prima, quando l’auto non saltava, ma le sospensioni erano comunque impegnate a smorzare scossoni»

«Siamo già messi male, gradirei non sentire un’elencazione delle tue prestazioni sessuali>
«Se stai zitto potresti sentire altro» rispose il secondo alpinista. E continuò.

«Lei stava camminando verso il cancello di casa, apparentemente ignara di quello che era appena successo. I finestrini dell’auto erano ancora resi opachi dalla spessa umidità di cui si erano riempiti nell’ora precedente. Usciti dal locale c’erano bastati pochi minuti perché ci lanciassimo a percorre solo pochi metri, per fermarci poi nel primo vicolo buio ed esplodere. I vestiti dall’epicentro del nostro abbraccio erano finiti in ogni angolo della coupé.
Ricordo l’umido, il caldo e il freddo che si alternavano entrando e uscendo da una stretta fessura lasciata aperta dal finestrino sul lato del passeggero. Poi la quiete, una mano che mi percorreva dolcemente il viso, i fari sul vialetto di casa sua. E poi quel cazzo di balzo.
Maledissi il destino: proprio nel momento in cui avevo iniziato ad accarezzare l’idea di aver trovato la donna giusta, ora che per un breve istante mi ero sentito in armonia col creato, forse addirittura sereno e protetto, con un posto in questo casino che chiamiamo mondo; proprio ora quel maledetto gatto aveva deciso di mettersi in mezzo. Letteralmente.
Era sicuro fosse lui. L’avevo visto solo con la coda dell’occhio, ancora immerso nella bolla e nel torpore felice in cui Susanna mi aveva lasciato, ma non potevo non riconoscere il suo maledetto micio. Si trattava di un tigrato di un anno e mezzo, rosso e dalla coda folta. Lo avevo tenuto in braccio solo qualche ora prima, quando passando a prenderla ero stato invitato ad entrare nel giardino per giocare con lui. Lei adorava quel gatto, glielo avevo letto negli occhi. Ed era stata felice di notare come lui fosse subito entrato in sintonia con me. Il suo sguardo si era caricato di affetto mentre lo reggevo sul braccio, stringendolo contro il petto.

Ero paralizzato. Non potevo correre da lei e darle questa notizia, non dopo il nostro primo vero appuntamento. Anche ammesso che lei mi perdonasse, che lei capisse come fosse stato solo un tragico incidente, il peso della morte si sarebbe posato sopra la nostra relazione, incupendo i momenti di intimità e portando ben presto a …»

«Le donne amano la sincerità, per me avresti fatto bene a confessare»
«Zitto tu. Cosa ne sai di relazioni?» La voce del narratore si alzò onde evitare repliche

«INIZIAI A RAGIONARE SUL DA FARSI. La mia distrazione se da un lato mi aveva trascinato in questo incubo, dall’altro aveva evitato brusche frenate e i relativi rumori che avrebbero certamente attirato l’attenzione di Susanna. Certo, anche il fatto che mi fossi fermato a metà dell’uscita del parcheggio poteva risultare in ogni caso sospetto. Pensai di accendere il cellulare, in modo che la sua luce azzurra dentro l’abitacolo rendesse palese il motivo dell’interruzione della marcia. Sarebbe stata una mossa plausibile, ma avrebbe dato l’impressione di come quella serata fosse solo una parentesi all’interno della mia vita e di come appena staccatomi da lei cercassi il contatto con altre persone. No, non potevo farmi vedere mentre anche solo fingevo di comunicare con altri.
Notai in quel momento come i fasci dei fari proiettassero la loro luce sul portone della sua casa. Decisi che se stavo fermo potevo farmi passare per premuroso, per una persona che non voleva al contrario staccarsi da lei e cercava di prolungare il più possibile questa serata passata insieme, e questo in realtà poco si discostava dalla verità. Era perfetto! Almeno fino al momento in cui la mattina qualcuno avrebbe trovato il gatto proprio in quella posizione, avrebbe avvertito la proprietaria grazie al collarino e Susanna avrebbe immediatamente associato il sangue alla mia auto scura.
Mentre pensavo a ciò, d’improvviso mi venne in mente che forse il gatto non era morto sul colpo. Merda: andavo piano, forse l’impatto l’aveva solamente ferito e forse ora lui stava agonizzando lanciando i suoi disperati miagolii nel silenzio della notte. Altro sudore freddo iniziò a colare bagnandomi il colletto della camicia, rimpiazzando quello ben più caldo e piacevole che aveva incollato il suo tessuto alla mia pelle. Abbassai il finestrino dal lato del passeggero, confidando che il riflesso dei vetri e la luce dei fari non avrebbe reso questa operazione visibile da Susanna. Spensi la radio, per la verità già portata a volumi minimi per non intralciare i primi momenti di intimità verbale tra noi, e mi misi ad ascoltare: fuori si sentiva solo lo sgocciolare delle foglie spesse e sature di una siepe ad ogni alito di vento, un vago brusio proveniente dalla vicina statale e il lontano verso di un qualche rapace notturno. Nessun rantolio disperato si alzava dal retro della macchina.
Per il momento forse era salvo, ma era chiaro che avrei dovuto spostarlo da lì. Se la mattina lei avesse trovato il cadavere del micio proprio nel punto esatto in cui mi ero fermato a lungo, potevo considerare la nostra relazione finita. Susanna non avrebbe potuto dimostrare nulla, ma i sentimenti non seguono le miopi leggi della giustizia e un forte sospetto sarebbe stato sufficiente per avvelenare il feto dei suoi sentimenti. Non potevo però aprire la portiera senza essere visto, quindi dovevo aspettare che lei giungesse al portone, infilasse le chiavi nella toppa, facesse scattare la serratura, abbassasse la maniglia iniziando già a spingere la pesante porta in ferro e vetro, e solo dopo averla vista entrare e aver lasciato passare qualche istante per darle modo di tornare a girarsi verso l’interno, potevo azzardarmi ad uscire. In quel momento per la prima volta sentii tutta l’angoscia che un gesto automatizzato come l’aprire la porta di casa procura. C’è qualcosa di imposto da enti sconosciute, da forze superiori, forse chiamate normalmente routine, che ci costringono a questo gesto meccanico, ci obbligano a compiere gli identici movimenti ogni giorno, più volte al giorno, senza avere il minimo controllo della cosa. È come la lingua nel palato: finché non ci pensi non potrà mai infastidirti, ma se inizi a pensarci la tua serenità è finita.

Lei che nel frattempo si era avvicinata alla porta, cercando le chiavi nella borsa si accorse dei miei fari. Alzò lo sguardo, mi sorrise, poi allungò la mano per salutarmi. Il suo enorme portachiavi dondolava mentre infilava la piccola chiave nella toppa, la girava e finalmente spariva nell’adito del piccolo condominio. Non dovevo fare errori, non dovevo essere precipitoso. Affrettare i tempi in amore porta solo a svantaggi.
La scelta di tempo era fondamentale. Aspettare troppo mi avrebbe fatto apparire stupido, fermo in un parcheggio senza motivo. Affrettarli mi avrebbe fatto scoprire mentre uscivo dall’auto. Contai mentalmente fino a dieci, sforzandomi di non accelerare per il nervosismo, poi aprii con cautela la portiera. Con lo sguardo rimanevo fisso sul portone di Susanna, ma la mia mente era già proiettata con orrore a quello che avrei trovato vicino al piede una volta posatolo sull’asfalto.
Slacciai la cintura di sicurezza, portai un piede sul parcheggio, mi sporsi con mezzo busto fuori dall’auto, poi la coda dell’occhio vidi…»

«E voàltri che cazzo ghe fate chi?» la frase che aveva interrotto il racconto aveva la durezza tipica del veneto. Dalla via era spuntato un uomo di mezza età, magro e canuto. Le guance scavate erano coperte da una peluria dura, mentre gli occhi erano resi ancor più profondi dalle rughe che circondavano i bulbi.
«Pensavamo di abbronzarci» rispose il primo arrampicatore. L’uomo sembrò non apprezzare la battuta. Senza rispondere portò un piede sulla cengia e facendo forza sulle due braccia si alzò uscendo dalla verticalità della parete. Lo sguardo iniziò allora a percorrere la roccia e individuata la sosta vi si attaccò senza chiedere nulla ai due ragazzi.
«Ve piase esser centrati dalle saette? Qui rischiate di salvarvi, ve convien montare su fin in cima per essere sicuri di rimaner fulminati»
«La strada per la cima è un po’ umida» ribatté il secondo alpinista.
«Un poco di pioggia v’impedisce de rampà su un tiro di IV? È proprio vero che gli zòvani d’oggi sono senza spina dorsale. Piagnucolate per qualche rivolo d’acqua che vi entra nelle maniche se alzate le man su le prese…» mentre borbottava tirava le due corde legate al suo imbraco, poi quando queste smisero di venire le inserì nella piastrina che nel frattempo aveva attaccato al vertice della sosta con un moschettone a ghiera.
«Sei un Caronte venuto a portarci all’inferno o solo un rompiscatole intenzionato a rendere più sgradevole la nostra permanenza sulla terra?»
Lo sconosciuto guardò con un misto di stupore e disgusto il primo ragazzo. «Cosa si’ drio a dire, bocia?»
«Chiedeva se ci fai compagnia sulla cengia o se ci porti su la corda sul prossimo tiro» s’intromise il secondo arrampicatore.
«Non può farfugliare come un cristiano?»
«Si crede particolare, per questo cerca di sembrare normale» continuò il secondo ragazzo«Ovviamente non funziona»
«Anche in presenza di estranei non provi pudore nel raccontare stronzate» disse il primo arrampicatore.
«Son sempre io, con altri o da solo. Che cambia?»
«Non è l’essere che intendevo, ma il fare. Non ti adatti alle situazioni, alle persone che hai intorno. A volte penso che tu abbia dei leggeri tratti di autismo»
«Stai dicendo che sono ritardato!?» il tono del secondo arrampicatore si era alzato, pur senza diventare davvero minaccioso.
«No, di uno che non capisce il contesto»
«Quindi secchione, in che situazione siamo adesso?»
«Mi pare chiaro, siamo bloccati in una situazione in cui ci siamo cacciati da soli e adesso le alternative sono o quella di perdere la vita e andare ad ingrassare i giornalisti che vivono di cronaca nera alpinistica, oppure perdere la dignità facendoci soccorrere da una persona che neppure conosciamo e che ci mostra con la maggior crudezza possibile tutti i nostri limiti. Per usare il tuo linguaggio, siamo nella merda»
«C’è mai qualcosa di leggero nella tua vita?» ribatté l’altro.
«Raramente lo zaino»
«Facevi meglio a riempirlo de men o star direttamente a casa, bocia!» gli interruppe l’estraneo «ve siete qui a godervi la fine della vostra vita su una via che avranno già percorso mejara de person, di una difficoltà ormai alla portata di un qualsiasi uomo che voglia definirsi ranpegatore, in condizioni certo conplicà, ma non le più brutte che si possono immaginare o le peggiori in cui l’è stata scalata»
«Non siamo all’altezza della situazione, è questo che ci tieni a farci ammettere?» disse il primo arrampicatore con una voce si ruppe sull’ultima parola.
«Se, ma voi invece che impegnarvi quel tanto che basta per rampà fino in cima e poter quindi scendere dal sentiero della normale, state qui a farve i pompini a vicenda pensando di vivere una grande e tragica avventura» continuò l’uomo «Ve credete forse speciali?»

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