Il passato di entrevoir

La luce del faro si accese accecandomi. Non potevo vedere più in là di due metri; all’improvviso il mio mondo si era ristretto in quel piccolo cono luminoso. Mi trovavo seduto su una piccola sedia, una di quelle da ufficio, con dalle gambe e braccioli in ferro e dall’imbottitura ruvida, per la precisione. Il pavimento era ricoperto con un parquet chiaro, composto da listelli di legno incrociati ad angolo retto. Su di esso un groviglio di cavi neri sembrava venir vomitato da una presa di plastica bianca, e questa bava nerastra si contorceva conducendo alle due luci posizionate a circa due metri di altezza, forse qualcosa meno, e indirizzate verso di me da quelli che sembravano due ombrellini bianchi. Tra i due fari potevo vedere brillare l’obbiettivo di una piccola cinepresa.

Nessuno sembrava prestarmi attenzione ora, e io desideravo terribilmente accendermi una sigaretta. Sentivo il pacchetto morbido premere sulla coscia, stretto all’interno della tasca dei pantaloni di cotone ruvido. Ci portai una mano sopra e iniziai a tastarlo. Sentivo i lunghi cilindri scorrere a lato del dito, fermati solo dall’accendino infilato nello stesso pacchetto semivuoto. Avrei voluto sfilarne una, ammirare brevemente la confezione verde solcata dal veliero, portarmi la sigaretta alla bocca e osservare la fiamma bruciare i filamenti di tabacco che uscivano disordinati dal foro anteriore, guardando la prima boccata far bruciare irregolarmente la carta e la seconda rendere infine il braciere un cerchio più regolare. Mentre pensavo a questo continuavo tastare il pacchetto, ma d’improvviso mi fermai, col timore che proseguendo avrei rotto l’oggetto del mio desiderio.

Dall’altra parte del muro di luce potevo percepire un brusio. Quel rumore bianco, seppur non accecante come la luce dei faretti, m’impediva di captare cosa stesse accadendo. In teoria mi trovavo in questa stanza per parlare della mia esperienza durante la guerra, cosa che mi aveva messo a disagio fin dal primo contatto col ricercatore. Cos’avevo di tanto importante da dire? Perché non sentivano i miei vecchi superiori? Certamente degli ufficiali avrebbero saputo rispondere con più competenza a dei quesiti posti da uno storico. Oppure Nello o Biagio, loro avevano scritto perfino qualcosa della loro vita in divisa. Ma io? Non avevo mai parlato di quelle vicende neppure al bar dopo aver bevuto troppe ombre. Trovavo inutile farlo: meno una persona era stata in guerra e più aveva delle idee ostinate riguardo ad essa. Come potevo trasmettere la paura, l’orrore, la noia, la stanchezza, l’esaltazione e il disgusto che si provano tutti nello stesso istante? No, parlare era inutile. Le persone sarebbero restate incollate alle loro idee e avrebbero usato le mie parole solo per confermare quanto volevano immaginare fosse successo.
Chissà cosa pensano questi giovanotti. Sono troppo giovani per avere anche solo una vaga idea di cosa sia aver fame, ormai ignorano perfino cosa voglia dire morire. Dicono di voler studiare la memoria, ma cosa c’è d’interessante nella memoria di un vecchio?

In quel momento capii! Iniziai a sudare: loro lo sapevano. È per quello che mi trovavo lì. Altro che libro sulla memoria dei reduci! Quei topi di biblioteca avevano certamente trovato dei documenti che provavano cosa era stato commesso realmente. Maledizione! Sapevo che non avremmo dovuto fidarci di Aldo. Avrei dovuto sparagli all’epoca, sarebbe stato facile mascherare la cosa all’interno di quegli avvenimenti! Potevamo farlo passare per un caduto in combattimento, la sua famiglia non avrebbe sofferto troppo e tutti se lo sarebbero ricordati con piacere. Però, pensandoci bene, era anche strano che qualcosa della documentazione del reggimento fosse tornata in patria dopo la disfatta e il disfacimento che l’aveva seguita. Ero sicuro che le uniche carte che quelli della compagnia comando avessero tentato di salvare fossero state le banconote. Ah, chissà quanti soldi avranno fatto quei maledetti…

Forse qualcun altro del reparto aveva parlato, qualcuno di più credibile e pericoloso di Aldo? No, improbabile. Non c’era niente da guadagnarci se non un brutto processo. Non c’era stato nulla di reale valore da prendere allora e adesso di sicuro non si erano aperte prospettive nuove.  A tutti non restava che sperare di andarcene senza che nessuno si accorgesse più di noi. Maledetti studiosi! Perché devono immischiarsi in simili faccende!? Cosa ne possono sapere loro di cosa si prova in certi frangenti? A sapere cosa sarebbe accaduto mi sarei impiccato prima di partire militare, lo avevo sempre pensato, ma una volta in mezzo non ci si può più sottrarre dagli eventi. Inoltre mi era sempre mancato il coraggio per morire, in particolare per colpa di qualcun altro. In fondo che colpa ne avevo io della guerra?! Non ero una vittima anche io? L’unica differenza tra me e i montenegrini è che io sono rimasto vivo per ricordare cosa è accaduto.

All’improvviso mi accorsi che il processo non era la cosa peggiore che mi attendeva: mia moglie avrebbe saputo tutto. Non solo avrebbe perso la pensione – poveretta, dopo una vita passata ad accudirmi in cambio di protezione e di quei pochi soldi che portavo a casa lavorando come una bestia da soma – ma le sarebbe crollato addosso tutto il sistema di valori in cui era cresciuta. Davvero suo marito aveva compiuto simili atrocità? Ma com’era possibile? Mi aveva visto ogni giorno per più di sessant’anni comportarmi con normalità, talvolta anche con dolcezza. Non avevo mai alzato le mani addosso a nessuno e se non fosse stato per i telegiornali non mi avrebbe mai neppure sentito inveire contro qualcuno. Neppure il nostro labrador nero aveva mai ricevuto da me più di un buffetto sul naso. Può una persona cambiare così tanto solo cambiando ambiente? Le persone che ci circondano ci influenzano fino a tal punto? Viviamo in un altro mondo, ecco quello che ‘sti giovani in jeans non posso capire.

L’indice e il pollice della mia mano si muovevano con moti circolari rispettivamente sull’occhio sinistro e su quello destro, in un gesto di stanchezza e impazienza. Perché quel ragazzo ci metteva così tanto? Aveva detto che sarebbe stata una cosa veloce e ora solo per iniziare a preparare l’intervista sembrava ci mettessero tutta la mattinata. Pigri e incompetenti! Ma no, quelli non erano degli stupidi. Avranno pur solo studiato tutta la vita, ma sapevano cosa stavano facendo. La loro era solo una strategia per sfiancarmi e spingermi a confessare spontaneamente. Chissà, forse non avevano nulla di concreto in mano, per questo dovevano ricorrere a questi mezzucci. Ma certo! Avranno sentito solo le testimonianze di quei due imboscati del sud, peste li colga!, ma oltre alle loro parole cariche di veleno non avevano nulla per provare quelle deposizioni.
Beh, io di certo non sarei crollato per primo. Se avevo sopportato quello che aveva sopportato, potevo di certo reggere a questi giochini per femminucce. Non che poi i successivi sessant’anni siano stati una passeggiata: lavoro e fantasmi, fantasmi e lavoro. Ma cosa ne vogliono sapere questi? Forse neppure il mio lavoro riuscirebbero a capire.

Il microfono faceva pendere verso il basso il lembo del maglione che indossavo. La luce dei faretti mi faceva sudare e iniziai a sentirmi a disagio nell’apparire così accaldato di fronte alla telecamera. Non ero il solo ad agitarmi però. Non li vedevo direttamente, erano delle vaghe ombre che si muovevano dietro la luce, ma potevo chiaramente percepire come fossero preoccupati. Un paio di loro camminavano avanti e indietro nervosamente, mentre un terzo stava fermo e diceva qualcosa in modo concitato. Non riuscivo a capire cosa si stessero comunicando, ma il tono era scosso. Sì sì, l’avete capito finalmente con chi avete a che fare! Non dirò nulla!
Iniziai a rilassarmi. Una cosa della guerra me la ricordavo: se il nemico è nervoso vuol dire che le cose vanno meglio per te. Sentivo il sudore che si raffreddava e, nel punto in cui la schiena si appoggiava alla sedia, iniziò a inzupparmi la camicia. Era decisamente fastidioso, ma un istante prima che mi muovessi per risolvere la questione uno dei ragazzi rispondendo al telefono corse fuori dalla stanza, o almeno così mi parve di capire dai rumori che giungevano scavalcavano il muro di luce bianca. All’improvviso però questa non fu più l’unica tonalità dell’illuminazione nella stanza: dalla finestra iniziarono ad entrare fasci di luce blu lampeggianti. Merda! Avevano già chiamato la polizia! Bastardi mentitori, non avevano neppure avuto il coraggio di confrontarsi con me, di farmi spiegare!Non c’era più tempo, il terzo ragazzo era sicuramente sceso ad aprire agli sbirri. Che ironia, aver paura di una divisa per cose commesse con una divisa simile… Non potevo indugiare in queste inutili filosofie però, dovevo fare qualcosa. Dovevo scappare! Dovevo sfruttare il fatto che fossero distratti e mi stessero dando le spalle.
Mi alzai di colpo, iniziando a guardare a destra e a sinistra, cercando di capire dove potessi avere una via di fuga in mezzo a tutti quei cavi e a tutta quella strumentazione. Forse c’era un pertugio, dovevo solo lanciarmi e sperare che il ginocchio non mi tradisse proprio adesso.

In effetti non mi aveva fatto male alzandomi, strano. Ormai non era più il fisico che avevo quando mi sono sposato e in genere la gamba destra mi doleva sempre quando mi alzavo dopo un lungo periodo in cui stavo seduto. Abbassai gli occhi per controllare e per dare tregua alle mie pupille accecate, ma…che cazzo! C’erano solo listelli di legno sotto di me. Mi girai e mi vidi seduto sulla sedia, le gambe leggermente aperte, le braccia ancora lungo i braccioli e il capo chinato all’indietro. L’ultima cosa che vidi furono i miei occhi sbarrati verso il soffitto.

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Pala centrale del trittico “La guerra” di Otto Dix
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