Incolonnati

Una luce stroboscopica si rifletteva nelle gocce d’acqua sul vetro del finestrino. Le nuvole abbassavano il cielo e desaturavano i colori, appiattendo ancor di più il paesaggio collinare tipico dell’Italia centrale. Dove il mare s’incontra con le pareti calcaree del Gran Sasso, un fronte di aria fredda si era scontrato con l’umidità marina, lasciando al suolo metri di neve, e in un solco creato in questa, tagliato a viva forza da una fresa montata sul muso di un camion, una colonna di auto era ferma dalle prime ore del mattino.
La neve era ormai gonfia d’acqua e si stava abbassando sotto il suo peso. Il profumo di bagnato si mescolava a quello acre degli scarichi, che in assenza di odori prodotti dalla vegetazione svettava con particolare acidità nell’aria. Le macchine in fila erano un miscuglio di jeep e camion colorati con le livree di diverse forze armate, ma tra esse svettava in altezza un bus grigioverde civile. L’interno del furgone era un caleidoscopio di dialetti e un’uniformità di colori. Le giacche rosse c’indicavano come quelli fossero soccorritori, e noi li osservavamo discutere.

«Qualcuno di voi è riuscito a scoprire per cosa stiamo intervenendo?»
«Ci hanno detto di portare l’attrezzatura da neve: sarà una valanga»
«No, ci avrebbero portato su in elicottero. Fosse una valanga non staremmo fermi per così tanto tempo»
«Io ho sentito accennare a un aereo caduto»
«Ho visto in giro troppi membri dell’esercito per essere un semplice incidente aereo. Per me c’è sotto qualcosa di più grosso»
«Magari è un velivolo militare»
«Dici? Fosse loro non ci terrebbero così fermi; piuttosto ci farebbero salire a piedi o con gli sci»
«Prega di no: con una neve così pesante anche con le pelli fare qualche chilometro diventa una sfaticata»
«Qualcuno di voi è in contatto con il nostro referente alla base?»
«Perché secondo voi non ci hanno fatto salire con le nostre jeep? Avevano paura che dei fuoristrada non fossero in grado di gestire un po’ di palcia sull’asfalto?»
«Stanno gestendo loro, vorranno farsi dare i rimborsi chilometrici»
«Ma figurati, guarda che la benzina la paghiamo ancora noi»
«Ehi, nessuno ha il numero del responsabile?»
«A saperlo restavo a dormire mezzora in più»

L’agitazione taciturna della prima ora stava lasciando spazio a battute atte a scaricare il nervosismo: l’adrenalina non trasformata in azione avvelena le menti. Mentre gli uomini si canzonavano tra loro o facevano finta di nulla, trasferendo la tensione nella morsa in cui stringevano gli zaini con le grosse dita tipiche degli arrampicatori, fuori dal finestrino passarono due uomini. Uno di loro aveva una telecamera in spalla. L’apparizione dei giornalisti mandò in subbuglio il clima sonnacchioso che si era creato all’interno del bus. L’aria calda aveva spinto molti a togliersi la giacca impermeabile. In diversi l’avevano anche appallottolata per usarla come cuscino e recuperare qualche ora di sonno, ma la maggior parte degli uomini era troppo piena di agitazione per chiudere gli occhi con profitto e appena sentirono della novità si spostarono sul lato destro del veicolo per osservare la scena.
Il primo uomo camminava con le mani infilate in profondità nelle tasche di un impermeabile marrone, mentre il cameraman lo seguiva incespicando nei buchi formatisi nella neve accumulata a lato dell’asfalto. Sembravano non curarsi della moltitudine di soccorritori che ora li fissavano dai vetri del pullman grigio e continuando a salire in breve sparirono dalla vista.

Il mezzo dietro di noi era anch’esso un bus pieno di altri soccorritori; il veicolo davanti era invece una jeep di un reparto di cinofili della Guardia di Finanza. La foschia e l’alto muro di neve a bordo strada non permettevano di vedere cosa ci fosse oltre, ma i bagliori mandati da diversi lampeggianti blu indicavano come la colonna dovesse proseguire a lungo, sia a monte che a valle rispetto a loro.
Le radio appese alle divise gracchiavano, emettendo i loro classico rumore di statica. Qualche rara parola emergeva da queste tensioni delle onde, ma non apportava nessuna novità. Qualcuno provò ad accendere il cellulare, ma le linee erano interrotte e anche questo canale di comunicazione non permetteva dunque di rompere l’isolamento. L’orologio digitale posto sopra il corridoio indicava come fossero ormai giunte le dieci.

 Il suono borbottante di un elicottero riempì l’aria.
«Ma come, volano con questa nebbia?»
«Alla base c’avevano detto che non si sarebbe volato per almeno due giorni»
«Un ragazzo della Forestale mi ha confidato che i loro elicotteri non possono alzarsi perché non hanno ancora cambiato i colori con la nuova livrea»
«Certo, come no! I Forestali se ne inventano sempre una per non lavorare»

 Qualcuno provò a restare zitto per cercare d’intuire dove il velivolo si stesse dirigendo, ma ben presto anche le parole di chi parlava scemarono in battute sul fatto di essere arenati senza essere in spiaggia, fino ad esaurirsi in silenzio per mancanza di novità.

Altre persone presero a salire a piedi tra il bus e la neve. Erano incappucciate e chiaramente non erano a loro agio a muoversi in un ambiente così innevato. Uno di loro, giunto all’altezza del pullman, trasse dalla tasca un taccuino e iniziò a scriverci sopra qualcosa con rapidi movimenti nervosi, poi, senza ulteriori occhiate verso le persone che lo osservavano da dietro ai vetri, riprese a salire.
Passate le persone, per un lungo periodo non ci fu nessun movimento all’esterno del veicolo. Anche l’aria sembrava fissa e la foschia non pareva essersi mossa da dove la luce dell’alba l’aveva sorpresa. Poi qualcuno notò uno scoiattolo caduto nella strada e che ora non riusciva a risalire la neve bagnata e verticale. Rendendosi conto d’essere in trappola e circondato da persone, motori accessi e cani abbaianti, fu preso del panico, ma per quanto si lanciasse le sue zampe non riuscivano a far presa nel muro creato la notte precedente dai denti metallici della fresa.
«Tranquillo amico, siamo tutti nella stessa barca» disse qualcuno dietro di noi.

Dal cielo non giungeva più neve o pioggia, ma l’umidità si condensava sui vetri del finestrino tanto all’esterno quanto all’interno del mezzo. Le gocce s’univano tra di loro, scendendo e acquisendo sempre maggiore velocità, lasciandosi dietro trattorie di cristallo pulito da cui guardar fuori. Il paesaggio era però monotono e pallido. S’intravedevano solo alberi piegati sotto i cumuli bianchi e una linea elettrica inclinata verso valle.
Il bianco, così incupito dall’acqua che lo gonfiava fino a farlo tendere al grigio, diventava un colore capace di trasmettere solo insofferenza. O forse era l’accidia a pungere le spine dorsali di quegli uomini tesi e imprigionati.
Ormai era pomeriggio. La colonna si era mossa solo di pochi metri e i muri a bordo strada si erano riempiti di macchie gialle create dagli uomini che via via scendevano dal mezzo per orinare. Un paio di essi avevano provato a spingersi più in là risalendo la colonna a piedi, ma erano stati immediatamente fermati da dei carabinieri.
A intervalli regolari l’autista accendeva il motore del mezzo per non far scaricare la batteria e per tenere caldo l’interno. Gli altri veicoli della colonna facevano lo stesso, saturando l’aria dell’odore acre della combustione del diesel.  All’improvviso, verso quelle che dovevano essere ormai le sedici, un lampo proveniente dal un paio di veicoli retrostanti c’indicò come il vecchio motore di un Iveco dell’ANAS non avesse retto a quell’utilizzo improprio

«Perfetto, ora non possiamo neppure scendere»
«Scendere da dove? E come poi? Questo mezzo passa a malapena per questa carreggiata, di certo non può girarsi qui»

Le fiamme avevano portato un po’ di scompiglio nella colonna. Diverse persone erano scese dai mezzi e alcune di esse si erano radunate intorno al camion arancione. La novità attirò l’attenzione per una mezzora, poi il freddo e l’umidità spinse quasi tutti a rientrare nei mezzi. Restarono fuori solo degli uomini pallidi, i quali passarono sulla sinistra del bus trascinando lunghi sacchi di plastica spessa. Sembravano non interessarsi della moltitudine di sguardi che li seguivano e neppure della neve che ora aveva ripreso a scendere copiosa dal cielo. Erano una decina, forse di più, ma per qualche motivo la loro vista ci disturbava, quindi distogliemmo lo sguardo. Nessuno poteva non averli notati, ma nessuno fece commenti su di loro.

Un mucchietto di neve dalla forma ovale indicava dove lo scoiattolo si era arreso, venendo ricoperto dai fiocchi provenienti dalle nuvole appena poco più alte delle antenne dei mezzi incolonnati.
La luce pian piano scendeva. L’autista da un paio di ore aveva spento definitivamente il mezzo e ora l’aria al suo interno si stava raffreddando. In molti avevano tirato fuori i piumini dai loro zaini e ora li usavano a mo’ di coperta. Dai posti sul retro provenivano già rumori di un leggero rantolio, indice che il sonno aveva vinto la sua battaglia con la tensione nervosa.
Noi guardammo il buio scendere sulla valle piatta, senza che nessuna luce si accendesse nelle case e nei paesi lontani.

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