Bottiglia

Non ricordo di preciso come sia iniziato. Forse, come tutto, da piccoli gesti ancora incerti, i quali hanno iniziato a lasciar depositare piccoli oggetti, ancora slegati e agili. Era difficile avvertire il loro peso e certamente non mi creavano ancora nessun impedimento. È tremendamente facile approcciarsi alla bottiglia quando si ha l’illusione di poterne disporre a piacimento.
Pian piano i piccoli pezzi hanno iniziato però a saldarsi, a crescere e a legarsi gli uni sugli altri. Quello che era un insieme di particolari minuscoli si è trasformato in un qualcosa che ha iniziato a impedirmi di uscirne. Se prima il collo della bottiglia non pareva rappresentare una trappola, ora questo si è rivelato un imbuto mortale.

Nonostante gli eventi, non mi è tuttora facile considerarla un oggetto pericoloso o sentirmi minacciata da essa. I suoi bordi sono arrotondati, la forma è lunga e armoniosa. Il colore poi è inesistente: passivo si adatta a quello dello sfondo. Sembra non possedere una volontà propria. O forse, se una volontà ce l’ha, non prova tuttavia il desiderio d’imporla ad altri.
Già, il vetro è un materiale nobile, incorruttibile. A lui non ne faccio una colpa, in fondo. Tuttavia resta infido. Pare fragile, ma caduti all’interno di una bottiglia è impossibile romperla. Sono prigioniera della sua pancia e ora il filtro diafano e distorcente delle sue pareti è l’unica lente con cui mi è possibile osservare il mondo. Ormai neppure riesco più a guardare il luogo in cui mi trovo senza provare un’intensa nausea data dalla vista sfuocata. Non ho equilibrio e il bordo curvo della bottiglia aiuta solo a scivolare ancor di più.

Vorrei acqua. Acqua, celeste e limpida. Basta con questi vapori di cognac in cui sono immersa! Vorrei correre all’aperto, vedere scorrere gli argini di un fiume azzurro. Oppure il blu intenso del mare. Dicono non ci sia nulla al mondo come il colore del mare, quello vero, su cui si naviga e si viaggia. La sua acqua pare avere un’altra consistenza. Diventa densa, viscosa. Appare solida se paragonata alla schiuma leggera di un torrente. Anche la spuma del mare è diversa, densa. Ma non ricorda la dolce panna: ha un aspetto selvaggio, forse ostile. Cavalca queste dune cerulee chiamate onde e rimane ad agonizzare sulla spiaggia, dopo aver frantumato scogli e rocce. Ecco, vorrei depurarmi nella salsedine, tastare il sale incollarsi su questo mio tessuto bianco, sentirlo gonfiarsi per il vento teso che invece in una stanza piena di bottiglie manca, lasciando che l’aria si saturi degli odori che ormai m’impregnano.

Sogno. Come sono vani i sogni… Oppure sono significativi di per sé. Forse siamo quello che sogniamo! In fondo io desidero il blu, mentre diverse civiltà non avevano neppure una parola per indicarlo, un lemma per distinguerlo dagli altri colori. Chissà se gli occhi che mi fissano riescono a percepire i miei di colori. Forse le tonalità sono le uniche cose a non venire alterate dal filtro malefico operato dalla bottiglia, mentre linee e contorni ne escono scomposte. O forse sono io a non ricordare più il vero colore degli oggetti e delle persone, e in questa incertezza mi dondolo nei falsi ricordi. Finché rimango intrappolata non potrò mai sapere quanto sia vera l’immagine che la bottiglia mi lascia intravedere del mondo.

Vorrei che questa bottiglia cadesse a terra, scivolasse dalle mani e s’infrangesse sul pavimento. Sarebbe una bella metafora: cadere a terra per essere libera! Potrei ferirmi con le schegge – il vetro sa essere insidioso anche da sconfitto – ma tornerei a respirare. Sarei finalmente libera di fuggire su una spiaggia od ovunque io voglia. Mi va bene qualsiasi posto, purché sia uno spazio aperto. Anzi, immenso! Voglio un orizzonte infinito e infinite vie da percorrere.

Sogno, ma sono intrappolata qui. Le mani non distruggono la mia prigione, ma creano altri nodi e aggiungono altri oggetti che mi tengono imprigionata. Uscirne è sempre più difficile, ormai m’infrangerei anche io. E forse è quello che voglio; spezzarmi io stessa, esplodere. Un ultimo gesto liberatorio: urlare, nello spezzarsi del mio scheletro, la mia libertà.

Fino ad allora rimango una nave. Perfetta, truccata, bilanciata. Ma in bottiglia.

 

 

Turner, Snow storm
Turner, Tempesta di neve
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