Bottiglia

Non ricordo di preciso come sia iniziato. Forse, come tutto, da piccoli gesti ancora incerti, i quali hanno iniziato a lasciar depositare piccoli oggetti, ancora slegati e agili. Era difficile avvertire il loro peso e certamente non mi creavano ancora nessun impedimento. È tremendamente facile approcciarsi alla bottiglia quando si ha l’illusione di poterne disporre a piacimento.
Pian piano i piccoli pezzi hanno iniziato però a saldarsi, a crescere e a legarsi gli uni sugli altri. Quello che era un insieme di particolari minuscoli si è trasformato in un qualcosa che ha iniziato a impedirmi di uscirne. Se prima il collo della bottiglia non pareva rappresentare una trappola, ora questo si è rivelato un imbuto mortale.

Nonostante gli eventi, non mi è tuttora facile considerarla un oggetto pericoloso o sentirmi minacciata da essa. I suoi bordi sono arrotondati, la forma è lunga e armoniosa. Il colore poi è inesistente: passivo si adatta a quello dello sfondo. Sembra non possedere una volontà propria. O forse, se una volontà ce l’ha, non prova tuttavia il desiderio d’imporla ad altri.
Già, il vetro è un materiale nobile, incorruttibile. A lui non ne faccio una colpa, in fondo. Tuttavia resta infido. Pare fragile, ma caduti all’interno di una bottiglia è impossibile romperla. Sono prigioniera della sua pancia e ora il filtro diafano e distorcente delle sue pareti è l’unica lente con cui mi è possibile osservare il mondo. Ormai neppure riesco più a guardare il luogo in cui mi trovo senza provare un’intensa nausea data dalla vista sfuocata. Non ho equilibrio e il bordo curvo della bottiglia aiuta solo a scivolare ancor di più.

Vorrei acqua. Acqua, celeste e limpida. Basta con questi vapori di cognac in cui sono immersa! Vorrei correre all’aperto, vedere scorrere gli argini di un fiume azzurro. Oppure il blu intenso del mare. Dicono non ci sia nulla al mondo come il colore del mare, quello vero, su cui si naviga e si viaggia. La sua acqua pare avere un’altra consistenza. Diventa densa, viscosa. Appare solida se paragonata alla schiuma leggera di un torrente. Anche la spuma del mare è diversa, densa. Ma non ricorda la dolce panna: ha un aspetto selvaggio, forse ostile. Cavalca queste dune cerulee chiamate onde e rimane ad agonizzare sulla spiaggia, dopo aver frantumato scogli e rocce. Ecco, vorrei depurarmi nella salsedine, tastare il sale incollarsi su questo mio tessuto bianco, sentirlo gonfiarsi per il vento teso che invece in una stanza piena di bottiglie manca, lasciando che l’aria si saturi degli odori che ormai m’impregnano.

Sogno. Come sono vani i sogni… Oppure sono significativi di per sé. Forse siamo quello che sogniamo! In fondo io desidero il blu, mentre diverse civiltà non avevano neppure una parola per indicarlo, un lemma per distinguerlo dagli altri colori. Chissà se gli occhi che mi fissano riescono a percepire i miei di colori. Forse le tonalità sono le uniche cose a non venire alterate dal filtro malefico operato dalla bottiglia, mentre linee e contorni ne escono scomposte. O forse sono io a non ricordare più il vero colore degli oggetti e delle persone, e in questa incertezza mi dondolo nei falsi ricordi. Finché rimango intrappolata non potrò mai sapere quanto sia vera l’immagine che la bottiglia mi lascia intravedere del mondo.

Vorrei che questa bottiglia cadesse a terra, scivolasse dalle mani e s’infrangesse sul pavimento. Sarebbe una bella metafora: cadere a terra per essere libera! Potrei ferirmi con le schegge – il vetro sa essere insidioso anche da sconfitto – ma tornerei a respirare. Sarei finalmente libera di fuggire su una spiaggia od ovunque io voglia. Mi va bene qualsiasi posto, purché sia uno spazio aperto. Anzi, immenso! Voglio un orizzonte infinito e infinite vie da percorrere.

Sogno, ma sono intrappolata qui. Le mani non distruggono la mia prigione, ma creano altri nodi e aggiungono altri oggetti che mi tengono imprigionata. Uscirne è sempre più difficile, ormai m’infrangerei anche io. E forse è quello che voglio; spezzarmi io stessa, esplodere. Un ultimo gesto liberatorio: urlare, nello spezzarsi del mio scheletro, la mia libertà.

Fino ad allora rimango una nave. Perfetta, truccata, bilanciata. Ma in bottiglia.

 

 

Turner, Snow storm
Turner, Tempesta di neve
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Un discorso sospeso

   Sapevi sarebbe finita così. È inutile che ti lamenti: sapevi dove la strada scelta ti avrebbe portato. Hai barattato un presente felice con un futuro problematico, solo che ora questo futuro, per quanto questo evento sia sempre inconcepibile, è divenuto il tuo presente e tutto quello che con noncuranza ci avevi riversato ti si sta rovesciando addosso.
Lo sanno le persone che ti fissano che sei colpevole. Pochi forse te l’avranno detto di persona, ma molti in cuor loro sapevano dove ti avrebbero condotto le tue scelte. Sarebbero rimaste deluse da un qualsiasi risultato differente, forse. D’altronde non è bello vedere qualcuno andar oltre le regole convenzionate, agire fuori dagli schemi, e non pagarne le conseguenze. Anche se le sue azioni lo rendono felice. O forse a maggior ragione per quello.
Avresti potuto far come tutti, accontentarti, lavorare – non importa dove – e metter su famiglia. Ma tu no, hai voluto far di testa tua, seguire il tuo istinto. Beh, di certo di sei reso diverso e distinto dalla folla, che infatti ora ti guarda col naso all’insù, mentre cammini su questa passerella di legno.

   Osserva il palco di legno che hanno preparato per te. Di certo non si può dire che tu non sia ancora in mostra. Sei talmente in alto che senti una leggera brezza sul viso, mentre a terra la polvere sollevata dalle scarpe della gente non viene agitata se non dalla poca aria messa in movimento dalle gambe delle persone stesse.
Le disprezzi ancora? O per la prima volta nella tua vita sei arrivato a invidiare la loro banalità? Loro possono star lì a fissarti, oppure possono girare i tacchi e inoltrarsi per i vicoli della città vecchia, fuggendo dal sole, dalla ghiaia e da una vista che non li aggrada; cercando consolazione in un bicchiere in un bar, l’avventura in un libro di una libreria, la novità in una camicia nuova o possono semplicemente tornare nella loro tranquilla casa, dimenticandosi di te e di tutta questa faccenda. No, mi spiace, tu non puoi cavartela così facilmente. Ormai sei invischiato in questa faccenda, i suoi lacci si sono intrecciati sopra i tuoi arti, legandoti al tuo destino. Non puoi non vivere fino in fondo l’evento di cui sei protagonista e a nessuno puoi chiedere di prendere il tuo posto. Questa volta sei davvero speciale, nel senso di unico e insostituibile. Al centro dell’attenzione. Hai raggiunto il grande mito occidentale, non sei contento? No? Lo posso capire, i miti sono sempre migliori se visti sul piedistallo; indossati perdono gran parte del loro fascino e rivelano tutte le loro scomodità.

   Fa caldo, concordo. Ci vorrebbe più di questa brezza per spazzare via l’afa che ristagna da giorni su questa pianura. Il sole sembra fissarti dall’alto, non c’è nulla che puoi fare per sottrarti al suo calore. Di certo rimpiangi di non poter spogliare questa spessa giubba scura. Com’è la moda adesso? A guardare la folla in basso, si direbbe vadano per la maggiore delle leggere camicie di lino, bianche e larghe. Perfette per combattere il calore estivo, non trovi? È un vero peccato che tu non ti possa uniformare a essa.
In lontananza vedi le montagne chiudere l’orizzonte di fronte a te. L’umidità si percepisce anche dalla loro vista: sfocata e che degrada ogni colore in un blu stinto. Lì di certo farà fresco, anche senza camicia in lino, ma andarci ora non è possibile. Il tuo modo per ora si racchiude in quello che puoi vedere, e per una volta sei costretto ad accontentarti di ciò. Anzi, il mio consiglio è quello di iniziare a goderti anche quel poco che hai intorno, è un’abilità che ti potrebbe tornare presto utile, credimi.

   Volevi fare l’intellettuale, o almeno così amavi dire nelle osterie notturne. E l’impegno dell’intellettuale è per sua natura rivoluzionario, continuavi, e cosa c’è di più rivoluzionario se non rifiutare le convenzioni sociali più scontante? Tutto quello che ci si aspetta dal buon padre di famiglia, ecco, quello era ciò che rifiutavi. A volte eri più provocatorio che concreto: per rivoluzionare davvero la propria vita, le abitudini sociali e l’educazione di cui siamo imbevuti fin dall’infanzia e che anche solo per riflesso incondizionato pratichiamo, rivoluzionare e rifiutare tutto ciò dicevo, richiede uno sforzo tale e di una tale continuità da risultare totalmente fuori dalla tua portata. Tu ti sei limitato a infrangere piccole regole, piccole convenzioni che si frapponevano tra te e il tuo piacere momentaneo. Non scuotere la testa, sai che c’è stata più pigrizia che rivoluzione nella tua vita. Certo, non nego come anche tutti quelli che ti osservano dal basso siano altrettanto pigri, ma l’unica vera differenza tra loro e te è l’autoconsapevolezza nella propria scelta di vita.
Non è spocchia, ma la paura dell’altezza, di ritrovarsi al tuo posto ora, quello che ha frenato ognuna di quelle persone che ti fissano dall’imitarti. È stato il loro istinto animale di gregge a tenerle al loro posto. Non sei contento di questo? Non ti senti sollevato? Forse troppo, dici? Ti sta quasi venendo il dubbio che faresti a cambio con uno di loro ora? Non penso ne saresti davvero in grado. Sei troppo poco abituato all’abitudine per inserirti in una qualsiasi di quelle vite.

   Forse hanno ragione loro. In fondo guarda la situazione adesso: in torto sei tu, è palese. Nessuno vorrebbe essere nei tuoi panni in questo momento. Forse qualcuno, in cuor suo e senza aver il coraggio di ammetterlo pubblicamente, avrebbe provato volentieri a vivere come te. Dopo qualche bicchiere, non pochi anziani si sono detti invidiosi di qualche tuo privilegio, o di qualche tua donna. Ora però loro sono in una posizione migliore per continuare a bere coi loro classici e ricorrenti pensieri anche domani e il giorno dopo ancora, e poi gli altri giorni a seguire fino a stancarsi. Fino a ieri era una frase che ti provocava angoscia, lo so, ma ora posso intuire un tuo leggero fremere alla parola domani. A proposito: le tue donne? Dove sono? Non le cerchi scrutando nella folla? O ti rifugi nella miopia? Capisco, i volti noti ora possono ferire, meglio immaginare un loro futuro triste piuttosto che controllare ed essere smentiti.
Ti hanno accusato spesso di agire in preda solo alla sua spasmodica ricerca. La realtà è complessa, la somma delle influenze che portano a una decisione molteplici, ma in linea di massima non sei nella posizione per rigettare queste accuse. Non fartene una colpa però: l’uomo è sempre stato mosso dalle dipendenze. Prima erano cibo e sesso, o la ricerca di un ricovero caldo. Ora che i bisogni primari sono quasi sempre soddisfatti, bisogna puntare ad altro. Tu hai scelto le emozioni, l’adrenalina. Ottima compagna, ma pessima consigliera. Capita, la maggior parte delle amanti migliori sono così. C’è una ragione se la maggioranza sceglie di convivere con altre situazioni.

   La cerimonia sta già per finire? Come corre il tempo! Non te lo devo certo sottolineare io ora, lo so. Scusami per l’involontaria ironia. Ce li s’immagina sempre perfetti certi momenti. Si pensa solo alle emozioni che proveremo, ma invece il fisico non scompare. Il dente del giudizio inferiore destro ti duole e non riesci ad escludere dalla mente quella fitta elettrica ottusa. Così come non riesci a ignorare il fastidio dell’ultimo pasto mal digerito, i cui gas ora si muovono nel tuo stomaco scaldato troppo dal sole di questo bollente pomeriggio estivo. I borborigmi saranno la tua colonna sonora per questo evento, nonché l’unico suono che ti è concesso emettere. Potresti in realtà urlare, ma per una volta ti conviene adattarti alle convenzioni sociali, limitarti a essere e non puntare ad apparire.

   Il tempo più che correre è scappato. E sì che forse lo vorresti ancor più accelerato! Sembra un paradosso, ma riesco a capirti. Tanto una notte produttiva solleva l’umore, tanto snerva invece una nottata in cui si vorrebbe dormire e si riesce solamente a rigirarsi nel letto e cadere in pensieri sempre più neri, finché il sonno non giunge che all’alba, quasi volesse solo rendere doloroso anche il momento della sveglia. Così ti pare la tua vita ora, ma purtroppo per te non posso né cambiare la tua condizione di veglia né anticipare il trillo dell’orologio. Aspettare è doloroso, ma passa.
Gli Dei guardano in basso e ignorano i vostri sforzi. Non vi è differenza per loro tra te e chi ti sta osservando. Non c’è adesso, ci sarà domani, tornerà a non esserci tra qualche decennio. Sparirai, com’è giusto sparire, senza più spartire nulla con nessuno. Non un ricordo, non un’emozione, non un figlio. I documenti su cui è impresso il tuo nome saranno ricoperti di polvere, dimenticati e infine distrutti, ponendo fine a qualsiasi traccia del tuo passaggio per questa terra. Ma tutto questo in futuro, adesso non puoi ancora godere dei vantaggi dell’oblio e devi sottostare invece alla fama che ti sei guadagnato con le tue azioni terrene.
Se quelle persone giù in basso lo sapessero, ti farebbero un applauso e un inchino. Invece ignorano la tua condizione come tu ignori la loro. L’oblio e l’ignoranza del prossimo forse sono le uniche condizioni sincere, il resto sono solo sbiaditi tentativi di buttare ponti sopra mari troppo larghi per essere solcati realmente. Sei in vista. Tanti ti vedono, ma paradossalmente sei impossibilitato a comunicare alcunché. Certo, puoi esprimerti coi gesti, forse anche a parole – o meglio urla, per far sì che la tua voce arrivi fino a loro – ma resterai all’interno del ruolo che devi recitare. Le piccole o grandi variazioni che puoi operare sul copione possono tutt’al più far emergere il tuo carattere, ma non certo stravolgere l’ordine delle cose. Quello era stato stabilito ben prima che tu salissi su questa pedana.

   Ora però è il momento di seguire le indicazioni di quell’uomo che si rivolge a te urlando. Infila la testa in quel cappio, da bravo. Fare scenate non servirebbe proprio a nulla, lo sai. E sì, quella sotto di te è una botola. E no, per l’ultima legge che ti giudicherà, quella di gravità, non sono previste scappatoie. Hai un ultimo desiderio?
«Sparatemi adesso, finché sono ancora felice»

appeso

Incolonnati

Una luce stroboscopica si rifletteva nelle gocce d’acqua sul vetro del finestrino. Le nuvole abbassavano il cielo e desaturavano i colori, appiattendo ancor di più il paesaggio collinare tipico dell’Italia centrale. Dove il mare s’incontra con le pareti calcaree del Gran Sasso, un fronte di aria fredda si era scontrato con l’umidità marina, lasciando al suolo metri di neve, e in un solco creato in questa, tagliato a viva forza da una fresa montata sul muso di un camion, una colonna di auto era ferma dalle prime ore del mattino.
La neve era ormai gonfia d’acqua e si stava abbassando sotto il suo peso. Il profumo di bagnato si mescolava a quello acre degli scarichi, che in assenza di odori prodotti dalla vegetazione svettava con particolare acidità nell’aria. Le macchine in fila erano un miscuglio di jeep e camion colorati con le livree di diverse forze armate, ma tra esse svettava in altezza un bus grigioverde civile. L’interno del furgone era un caleidoscopio di dialetti e un’uniformità di colori. Le giacche rosse c’indicavano come quelli fossero soccorritori, e noi li osservavamo discutere.

«Qualcuno di voi è riuscito a scoprire per cosa stiamo intervenendo?»
«Ci hanno detto di portare l’attrezzatura da neve: sarà una valanga»
«No, ci avrebbero portato su in elicottero. Fosse una valanga non staremmo fermi per così tanto tempo»
«Io ho sentito accennare a un aereo caduto»
«Ho visto in giro troppi membri dell’esercito per essere un semplice incidente aereo. Per me c’è sotto qualcosa di più grosso»
«Magari è un velivolo militare»
«Dici? Fosse loro non ci terrebbero così fermi; piuttosto ci farebbero salire a piedi o con gli sci»
«Prega di no: con una neve così pesante anche con le pelli fare qualche chilometro diventa una sfaticata»
«Qualcuno di voi è in contatto con il nostro referente alla base?»
«Perché secondo voi non ci hanno fatto salire con le nostre jeep? Avevano paura che dei fuoristrada non fossero in grado di gestire un po’ di palcia sull’asfalto?»
«Stanno gestendo loro, vorranno farsi dare i rimborsi chilometrici»
«Ma figurati, guarda che la benzina la paghiamo ancora noi»
«Ehi, nessuno ha il numero del responsabile?»
«A saperlo restavo a dormire mezzora in più»

L’agitazione taciturna della prima ora stava lasciando spazio a battute atte a scaricare il nervosismo: l’adrenalina non trasformata in azione avvelena le menti. Mentre gli uomini si canzonavano tra loro o facevano finta di nulla, trasferendo la tensione nella morsa in cui stringevano gli zaini con le grosse dita tipiche degli arrampicatori, fuori dal finestrino passarono due uomini. Uno di loro aveva una telecamera in spalla. L’apparizione dei giornalisti mandò in subbuglio il clima sonnacchioso che si era creato all’interno del bus. L’aria calda aveva spinto molti a togliersi la giacca impermeabile. In diversi l’avevano anche appallottolata per usarla come cuscino e recuperare qualche ora di sonno, ma la maggior parte degli uomini era troppo piena di agitazione per chiudere gli occhi con profitto e appena sentirono della novità si spostarono sul lato destro del veicolo per osservare la scena.
Il primo uomo camminava con le mani infilate in profondità nelle tasche di un impermeabile marrone, mentre il cameraman lo seguiva incespicando nei buchi formatisi nella neve accumulata a lato dell’asfalto. Sembravano non curarsi della moltitudine di soccorritori che ora li fissavano dai vetri del pullman grigio e continuando a salire in breve sparirono dalla vista.

Il mezzo dietro di noi era anch’esso un bus pieno di altri soccorritori; il veicolo davanti era invece una jeep di un reparto di cinofili della Guardia di Finanza. La foschia e l’alto muro di neve a bordo strada non permettevano di vedere cosa ci fosse oltre, ma i bagliori mandati da diversi lampeggianti blu indicavano come la colonna dovesse proseguire a lungo, sia a monte che a valle rispetto a loro.
Le radio appese alle divise gracchiavano, emettendo i loro classico rumore di statica. Qualche rara parola emergeva da queste tensioni delle onde, ma non apportava nessuna novità. Qualcuno provò ad accendere il cellulare, ma le linee erano interrotte e anche questo canale di comunicazione non permetteva dunque di rompere l’isolamento. L’orologio digitale posto sopra il corridoio indicava come fossero ormai giunte le dieci.

 Il suono borbottante di un elicottero riempì l’aria.
«Ma come, volano con questa nebbia?»
«Alla base c’avevano detto che non si sarebbe volato per almeno due giorni»
«Un ragazzo della Forestale mi ha confidato che i loro elicotteri non possono alzarsi perché non hanno ancora cambiato i colori con la nuova livrea»
«Certo, come no! I Forestali se ne inventano sempre una per non lavorare»

 Qualcuno provò a restare zitto per cercare d’intuire dove il velivolo si stesse dirigendo, ma ben presto anche le parole di chi parlava scemarono in battute sul fatto di essere arenati senza essere in spiaggia, fino ad esaurirsi in silenzio per mancanza di novità.

Altre persone presero a salire a piedi tra il bus e la neve. Erano incappucciate e chiaramente non erano a loro agio a muoversi in un ambiente così innevato. Uno di loro, giunto all’altezza del pullman, trasse dalla tasca un taccuino e iniziò a scriverci sopra qualcosa con rapidi movimenti nervosi, poi, senza ulteriori occhiate verso le persone che lo osservavano da dietro ai vetri, riprese a salire.
Passate le persone, per un lungo periodo non ci fu nessun movimento all’esterno del veicolo. Anche l’aria sembrava fissa e la foschia non pareva essersi mossa da dove la luce dell’alba l’aveva sorpresa. Poi qualcuno notò uno scoiattolo caduto nella strada e che ora non riusciva a risalire la neve bagnata e verticale. Rendendosi conto d’essere in trappola e circondato da persone, motori accessi e cani abbaianti, fu preso del panico, ma per quanto si lanciasse le sue zampe non riuscivano a far presa nel muro creato la notte precedente dai denti metallici della fresa.
«Tranquillo amico, siamo tutti nella stessa barca» disse qualcuno dietro di noi.

Dal cielo non giungeva più neve o pioggia, ma l’umidità si condensava sui vetri del finestrino tanto all’esterno quanto all’interno del mezzo. Le gocce s’univano tra di loro, scendendo e acquisendo sempre maggiore velocità, lasciandosi dietro trattorie di cristallo pulito da cui guardar fuori. Il paesaggio era però monotono e pallido. S’intravedevano solo alberi piegati sotto i cumuli bianchi e una linea elettrica inclinata verso valle.
Il bianco, così incupito dall’acqua che lo gonfiava fino a farlo tendere al grigio, diventava un colore capace di trasmettere solo insofferenza. O forse era l’accidia a pungere le spine dorsali di quegli uomini tesi e imprigionati.
Ormai era pomeriggio. La colonna si era mossa solo di pochi metri e i muri a bordo strada si erano riempiti di macchie gialle create dagli uomini che via via scendevano dal mezzo per orinare. Un paio di essi avevano provato a spingersi più in là risalendo la colonna a piedi, ma erano stati immediatamente fermati da dei carabinieri.
A intervalli regolari l’autista accendeva il motore del mezzo per non far scaricare la batteria e per tenere caldo l’interno. Gli altri veicoli della colonna facevano lo stesso, saturando l’aria dell’odore acre della combustione del diesel.  All’improvviso, verso quelle che dovevano essere ormai le sedici, un lampo proveniente dal un paio di veicoli retrostanti c’indicò come il vecchio motore di un Iveco dell’ANAS non avesse retto a quell’utilizzo improprio

«Perfetto, ora non possiamo neppure scendere»
«Scendere da dove? E come poi? Questo mezzo passa a malapena per questa carreggiata, di certo non può girarsi qui»

Le fiamme avevano portato un po’ di scompiglio nella colonna. Diverse persone erano scese dai mezzi e alcune di esse si erano radunate intorno al camion arancione. La novità attirò l’attenzione per una mezzora, poi il freddo e l’umidità spinse quasi tutti a rientrare nei mezzi. Restarono fuori solo degli uomini pallidi, i quali passarono sulla sinistra del bus trascinando lunghi sacchi di plastica spessa. Sembravano non interessarsi della moltitudine di sguardi che li seguivano e neppure della neve che ora aveva ripreso a scendere copiosa dal cielo. Erano una decina, forse di più, ma per qualche motivo la loro vista ci disturbava, quindi distogliemmo lo sguardo. Nessuno poteva non averli notati, ma nessuno fece commenti su di loro.

Un mucchietto di neve dalla forma ovale indicava dove lo scoiattolo si era arreso, venendo ricoperto dai fiocchi provenienti dalle nuvole appena poco più alte delle antenne dei mezzi incolonnati.
La luce pian piano scendeva. L’autista da un paio di ore aveva spento definitivamente il mezzo e ora l’aria al suo interno si stava raffreddando. In molti avevano tirato fuori i piumini dai loro zaini e ora li usavano a mo’ di coperta. Dai posti sul retro provenivano già rumori di un leggero rantolio, indice che il sonno aveva vinto la sua battaglia con la tensione nervosa.
Noi guardammo il buio scendere sulla valle piatta, senza che nessuna luce si accendesse nelle case e nei paesi lontani.

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Il passato di entrevoir

La luce del faro si accese accecandomi. Non potevo vedere più in là di due metri; all’improvviso il mio mondo si era ristretto in quel piccolo cono luminoso. Mi trovavo seduto su una piccola sedia, una di quelle da ufficio, con dalle gambe e braccioli in ferro e dall’imbottitura ruvida, per la precisione. Il pavimento era ricoperto con un parquet chiaro, composto da listelli di legno incrociati ad angolo retto. Su di esso un groviglio di cavi neri sembrava venir vomitato da una presa di plastica bianca, e questa bava nerastra si contorceva conducendo alle due luci posizionate a circa due metri di altezza, forse qualcosa meno, e indirizzate verso di me da quelli che sembravano due ombrellini bianchi. Tra i due fari potevo vedere brillare l’obbiettivo di una piccola cinepresa.

Nessuno sembrava prestarmi attenzione ora, e io desideravo terribilmente accendermi una sigaretta. Sentivo il pacchetto morbido premere sulla coscia, stretto all’interno della tasca dei pantaloni di cotone ruvido. Ci portai una mano sopra e iniziai a tastarlo. Sentivo i lunghi cilindri scorrere a lato del dito, fermati solo dall’accendino infilato nello stesso pacchetto semivuoto. Avrei voluto sfilarne una, ammirare brevemente la confezione verde solcata dal veliero, portarmi la sigaretta alla bocca e osservare la fiamma bruciare i filamenti di tabacco che uscivano disordinati dal foro anteriore, guardando la prima boccata far bruciare irregolarmente la carta e la seconda rendere infine il braciere un cerchio più regolare. Mentre pensavo a questo continuavo tastare il pacchetto, ma d’improvviso mi fermai, col timore che proseguendo avrei rotto l’oggetto del mio desiderio.

Dall’altra parte del muro di luce potevo percepire un brusio. Quel rumore bianco, seppur non accecante come la luce dei faretti, m’impediva di captare cosa stesse accadendo. In teoria mi trovavo in questa stanza per parlare della mia esperienza durante la guerra, cosa che mi aveva messo a disagio fin dal primo contatto col ricercatore. Cos’avevo di tanto importante da dire? Perché non sentivano i miei vecchi superiori? Certamente degli ufficiali avrebbero saputo rispondere con più competenza a dei quesiti posti da uno storico. Oppure Nello o Biagio, loro avevano scritto perfino qualcosa della loro vita in divisa. Ma io? Non avevo mai parlato di quelle vicende neppure al bar dopo aver bevuto troppe ombre. Trovavo inutile farlo: meno una persona era stata in guerra e più aveva delle idee ostinate riguardo ad essa. Come potevo trasmettere la paura, l’orrore, la noia, la stanchezza, l’esaltazione e il disgusto che si provano tutti nello stesso istante? No, parlare era inutile. Le persone sarebbero restate incollate alle loro idee e avrebbero usato le mie parole solo per confermare quanto volevano immaginare fosse successo.
Chissà cosa pensano questi giovanotti. Sono troppo giovani per avere anche solo una vaga idea di cosa sia aver fame, ormai ignorano perfino cosa voglia dire morire. Dicono di voler studiare la memoria, ma cosa c’è d’interessante nella memoria di un vecchio?

In quel momento capii! Iniziai a sudare: loro lo sapevano. È per quello che mi trovavo lì. Altro che libro sulla memoria dei reduci! Quei topi di biblioteca avevano certamente trovato dei documenti che provavano cosa era stato commesso realmente. Maledizione! Sapevo che non avremmo dovuto fidarci di Aldo. Avrei dovuto sparagli all’epoca, sarebbe stato facile mascherare la cosa all’interno di quegli avvenimenti! Potevamo farlo passare per un caduto in combattimento, la sua famiglia non avrebbe sofferto troppo e tutti se lo sarebbero ricordati con piacere. Però, pensandoci bene, era anche strano che qualcosa della documentazione del reggimento fosse tornata in patria dopo la disfatta e il disfacimento che l’aveva seguita. Ero sicuro che le uniche carte che quelli della compagnia comando avessero tentato di salvare fossero state le banconote. Ah, chissà quanti soldi avranno fatto quei maledetti…

Forse qualcun altro del reparto aveva parlato, qualcuno di più credibile e pericoloso di Aldo? No, improbabile. Non c’era niente da guadagnarci se non un brutto processo. Non c’era stato nulla di reale valore da prendere allora e adesso di sicuro non si erano aperte prospettive nuove.  A tutti non restava che sperare di andarcene senza che nessuno si accorgesse più di noi. Maledetti studiosi! Perché devono immischiarsi in simili faccende!? Cosa ne possono sapere loro di cosa si prova in certi frangenti? A sapere cosa sarebbe accaduto mi sarei impiccato prima di partire militare, lo avevo sempre pensato, ma una volta in mezzo non ci si può più sottrarre dagli eventi. Inoltre mi era sempre mancato il coraggio per morire, in particolare per colpa di qualcun altro. In fondo che colpa ne avevo io della guerra?! Non ero una vittima anche io? L’unica differenza tra me e i montenegrini è che io sono rimasto vivo per ricordare cosa è accaduto.

All’improvviso mi accorsi che il processo non era la cosa peggiore che mi attendeva: mia moglie avrebbe saputo tutto. Non solo avrebbe perso la pensione – poveretta, dopo una vita passata ad accudirmi in cambio di protezione e di quei pochi soldi che portavo a casa lavorando come una bestia da soma – ma le sarebbe crollato addosso tutto il sistema di valori in cui era cresciuta. Davvero suo marito aveva compiuto simili atrocità? Ma com’era possibile? Mi aveva visto ogni giorno per più di sessant’anni comportarmi con normalità, talvolta anche con dolcezza. Non avevo mai alzato le mani addosso a nessuno e se non fosse stato per i telegiornali non mi avrebbe mai neppure sentito inveire contro qualcuno. Neppure il nostro labrador nero aveva mai ricevuto da me più di un buffetto sul naso. Può una persona cambiare così tanto solo cambiando ambiente? Le persone che ci circondano ci influenzano fino a tal punto? Viviamo in un altro mondo, ecco quello che ‘sti giovani in jeans non posso capire.

L’indice e il pollice della mia mano si muovevano con moti circolari rispettivamente sull’occhio sinistro e su quello destro, in un gesto di stanchezza e impazienza. Perché quel ragazzo ci metteva così tanto? Aveva detto che sarebbe stata una cosa veloce e ora solo per iniziare a preparare l’intervista sembrava ci mettessero tutta la mattinata. Pigri e incompetenti! Ma no, quelli non erano degli stupidi. Avranno pur solo studiato tutta la vita, ma sapevano cosa stavano facendo. La loro era solo una strategia per sfiancarmi e spingermi a confessare spontaneamente. Chissà, forse non avevano nulla di concreto in mano, per questo dovevano ricorrere a questi mezzucci. Ma certo! Avranno sentito solo le testimonianze di quei due imboscati del sud, peste li colga!, ma oltre alle loro parole cariche di veleno non avevano nulla per provare quelle deposizioni.
Beh, io di certo non sarei crollato per primo. Se avevo sopportato quello che aveva sopportato, potevo di certo reggere a questi giochini per femminucce. Non che poi i successivi sessant’anni siano stati una passeggiata: lavoro e fantasmi, fantasmi e lavoro. Ma cosa ne vogliono sapere questi? Forse neppure il mio lavoro riuscirebbero a capire.

Il microfono faceva pendere verso il basso il lembo del maglione che indossavo. La luce dei faretti mi faceva sudare e iniziai a sentirmi a disagio nell’apparire così accaldato di fronte alla telecamera. Non ero il solo ad agitarmi però. Non li vedevo direttamente, erano delle vaghe ombre che si muovevano dietro la luce, ma potevo chiaramente percepire come fossero preoccupati. Un paio di loro camminavano avanti e indietro nervosamente, mentre un terzo stava fermo e diceva qualcosa in modo concitato. Non riuscivo a capire cosa si stessero comunicando, ma il tono era scosso. Sì sì, l’avete capito finalmente con chi avete a che fare! Non dirò nulla!
Iniziai a rilassarmi. Una cosa della guerra me la ricordavo: se il nemico è nervoso vuol dire che le cose vanno meglio per te. Sentivo il sudore che si raffreddava e, nel punto in cui la schiena si appoggiava alla sedia, iniziò a inzupparmi la camicia. Era decisamente fastidioso, ma un istante prima che mi muovessi per risolvere la questione uno dei ragazzi rispondendo al telefono corse fuori dalla stanza, o almeno così mi parve di capire dai rumori che giungevano scavalcavano il muro di luce bianca. All’improvviso però questa non fu più l’unica tonalità dell’illuminazione nella stanza: dalla finestra iniziarono ad entrare fasci di luce blu lampeggianti. Merda! Avevano già chiamato la polizia! Bastardi mentitori, non avevano neppure avuto il coraggio di confrontarsi con me, di farmi spiegare!Non c’era più tempo, il terzo ragazzo era sicuramente sceso ad aprire agli sbirri. Che ironia, aver paura di una divisa per cose commesse con una divisa simile… Non potevo indugiare in queste inutili filosofie però, dovevo fare qualcosa. Dovevo scappare! Dovevo sfruttare il fatto che fossero distratti e mi stessero dando le spalle.
Mi alzai di colpo, iniziando a guardare a destra e a sinistra, cercando di capire dove potessi avere una via di fuga in mezzo a tutti quei cavi e a tutta quella strumentazione. Forse c’era un pertugio, dovevo solo lanciarmi e sperare che il ginocchio non mi tradisse proprio adesso.

In effetti non mi aveva fatto male alzandomi, strano. Ormai non era più il fisico che avevo quando mi sono sposato e in genere la gamba destra mi doleva sempre quando mi alzavo dopo un lungo periodo in cui stavo seduto. Abbassai gli occhi per controllare e per dare tregua alle mie pupille accecate, ma…che cazzo! C’erano solo listelli di legno sotto di me. Mi girai e mi vidi seduto sulla sedia, le gambe leggermente aperte, le braccia ancora lungo i braccioli e il capo chinato all’indietro. L’ultima cosa che vidi furono i miei occhi sbarrati verso il soffitto.

spazio 

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Pala centrale del trittico “La guerra” di Otto Dix

Mix di ceci

«Se ho vissuto un vero momento estivo quest’anno, è stato solo quello trascorso tra quelle case basse che sembravano voler sfuggire dal calore umido che saliva dall’asfalto. I colori dei muri erano stinti, le insegne dei negozi segnavano con precisione solo i decenni passati e tutto era circondato da magri campi, più residui di terreno ancora non costruito che appezzamenti destinati alle piante.
Seguendo la voce metallica del navigatore m’infilai tra quelle strade ortogonali, chiedendomi se quel panorama così estraneo sarebbe mai diventato a me famigliare. Le indicazioni mi portarono in una vietta laterale e mi dissero che ero giunto a destinazione. Io concordai solo quando la vidi uscire da un cancelletto metallico che apriva un varco tra due siepi ruvide.
La sua abitazione sembrava avere in giardino una piccola oasi fresca. Parcheggiai nell’ombra di un cedro l’auto proveniente dalle Dolomiti venete, luoghi che ora immerso in questo paesaggio mi parevano irreali e possibili solo come frutto della mia fantasia, e la salutai mentre mi raggiungeva alla portiera. Il suo profumo leggero mi arrivò addosso insieme ad una ventata d’aria calda e umida, che spazzò via il benessere posticcio dell’aria condizionata.

Lei aveva grandi occhi verdi e dei seni ancor più grossi e interessanti. Era vestita in modo fresco e il leggero velo di sudore mi unì semplicemente di più alla sua pelle morbida mentre l’abbracciavo. Non ricordo se le baciai anche le labbra gonfie, forse no. Il caldo umido della pianura rendeva lucido ogni centimetro di noi scoperto e nell’aria aleggiava l’odore acido e penetrante dell’antizanzare. Lei mi prese per mano e mi condusse dentro l’abitazione con una certa timidezza e goffaggine, o almeno ciò mi sembrò all’epoca.
Il tempo dovette accelerare mentre facevo una doccia e la sera scese presto. Raffiche di vento facevano fremere le piante sul balcone e i tuoni in lontananza scandivano l’intensificarsi del buio. Dalla finestra di fronte giunse un urlo: doveva essere iniziata la partita della nazionale. Mi chiese se volevo vederla, mentre seduto sul tavolo del suo balcone mangiavo patatine e assaggiavamo insieme la birra speciale che aveva aperto per il mio arrivo. Dondolando le gambe, risposi che non m’interessava e che volevo vedere qualcosa con lei, ma che fosse per noi due soli. Non volevo condividere questo momento con altri e ogni evento trasmesso in televisione acquista senso solo come catarsi pubblica.
Tirò fuori un Custoza dal frigo e la bottiglia si riempì di gocce di condensa, tanto che sembrava appena uscita anch’essa dalla doccia. Mi trascinò sul divano. Le gambe calde e morbide su cui appoggiavo gli addominali tremavano leggermente e un’abat-jour gialla illuminava la stanza senza disturbare la dolcezza dell’ombra e senza riflettersi nello schermo del pc. Su di esso una citazione di Shakespeare iniziò a scorrere narrata da Allen.

Ci ritrovammo nel suo letto. Il muro corto della stanza era ingombrato da un tempietto buddista e da idoli del suo culto dell’amicizia, incarnati da fotografie e scritte sull’intonaco verde di adolescenti dall’estro poetico. La camera era stata pensata per più figlie, ma lo spazio destinato a un letto era ora vuoto, trasformato in loculo a memoria di una sorella ora dedita ad altri parenti e ad allevare una vita sua, nel senso da lei creata e da lei dipendente. I ritagli di giornale incollati sopra al luogo in precedenza occupato da un cuscino parlavano di gusti più semplici e di scarsa sensibilità musicale. Il letto della persona che mi trascinava per la mano era invece messo di traverso, in modo da occupare nel modo più scomodo possibile lo spazio della stanza. Lo trovai una piacevole metafora di quello che lei stava facendo con la mia vita, ma non ne capii l’implicazione più scontata e significativa.
L’odore del suo corpo era ancora coperto dallo spray antizanzare, cosa che non riusciva a tenere insetti grandi come i suoi dubbi lontano da noi. Eravamo già nudi per il calore, accentuato dalla tapparella abbassata che tagliava l’alito di vento che il temporale in lontananza aveva creato in quella porzione piatta di pianura, ma iniziammo prima a parlare. Il suo timore s’accompagnava in dolce ballo coi miei racconti, al contrario sempre più sereni, ed io ero felice di trovare un appoggio dove poterli posare e osservare dall’esterno. Il contatto con la sua pelle mi era già famigliare, non m’intimidiva e anzi mi spingeva ancor di più ad indagarmi senza fatica. Lei alternava estasi per quello che si scopriva a dirmi a brevi momenti crisi psicologica. Ad un’ora che era più vicina alla sveglia che al coricarsi, abbracciandomi cercò solo la prima. Poi continuammo a parlare finché la notte stingendo iniziò la sua fine.

La mattina mi svegliai troppo presto secondo il mio orologio biologico, tardissimo secondo quello legato al mio polso. Lei dormiva dandomi la schiena, con le lenzuola scagliate lontane nella speranza di legare a loro il caldo e l’afa. La osservai libero per una volta dalla preoccupazione d’intimidirla col mio sguardo fisso sulle sue pupille, impercettibilmente segnate da un leggero strabismo. Aveva una peluria fitta, ma così bionda e sottile che s’intravedeva solamente quando una luce la colpiva di lato. A tradirla in questa penombra forata dalle tapparelle erano soltanto i buchi che i follicoli creavano sul tatuaggio posto tra schiena e collo. Pensai ai suoi disegni impressi sulla pelle, a quanto mi sembravano lontani da me, ma anche a come non potessi immaginarla senza. Erano disegni che neppure capivo nel loro significato più profondo, ma che ora amavo.

Gli impegni della giornata o il calore del giorno ci spinsero fuori dalla sua stanza esposta a est. Lei fece colazione con un ghiacciolo dalla confezione vintage. Io ingurgitai un paio di fette di torta salata avanzate dalla sera prima, incartando le altre per il pranzo. Mentre si faceva la doccia mi persi nella biblioteca di famiglia e fu lì che lei mi ritrovò uscendo dal bagno. Mi prese per la mano e mi fece scendere nella taverna. Mi portò davanti allo scaffale con le pipe e gli accendini del padre, poi si sedette in silenzio ad osservami. Io presi tra le mani un paio di Dupont, annusai una radice di radica, e fui attratto da una riproduzione di una pistola ottocentesca e da alcune bottiglie assai invecchiate di whisky. Lei non staccava gli occhi dalle mie mani, ma io ero troppo distratto dalla sua presenza per pensare ai suoi pensieri. Alla fine l’afferrai per la vita e la portai nuovamente di sopra.

Il castello dominava l’autostrada. L’avevo notato dalla prima volta che ero passato di lì e da sempre avevo desiderato visitarlo, ma come molti oggetti posti lungo un percorso abituale non era mai diventato nulla di più concreto di un qualche discorso tra viaggiatori. Questa volta mi sentii fuori dal mio ordinario, desideroso di uscire dalla mia quotidianità, quindi imboccai l’uscita dell’autostrada e condussi l’auto sotto i possenti bastioni che brillavano per il sole estivo. L’aspetto esterno era imponente, con le curve delle mura che svettavano orgogliose sopra la valle. L’interno smentiva però l’impressione esterna e a discapito della possanza delle forme esterne, il cortile, seppur non in rovina, era ricco di ampi spazi vuoti e l’unica cosa che riusciva a trasmettere era questa assenza che s’insinuava dentro i miei pensieri e l’impregnava come fosse un fumo prodotto da legna bagnata. Gli edifici intatti erano composti da vuoti saloni con poche armature arrugginite e qualche traccia di colore sui muri per far intuire qualcosa di più di quello che erano in realtà. Cercando girai tutto lo spazio delimitato dalle mura, ansioso di trovare qualcosa che non riuscivo a definire neppure a me stesso. Infine un vento fresco mi vinse e mi appoggiai ad un parapetto, facendomi rinfrescare dalla brezza che correva incanalata dalla lunga valle. Lei si appoggiò accanto a me pesandosi sui gomiti e portando le mani dietro la nuca. Se era annoiata da questa visita o se percepiva il mio disagio, non lo dava a vedere. In realtà non capivo cosa provasse, e forse inconsapevolmente mi rifiutavo di farlo. Lei si aggiustò i capelli e togliendosi gli occhiali da sole si volse verso di me sorridendo. Mi ritrovai a non sapere a cosa pensare. Mi sentivo felice e inquieto. Per non ragionare la baciai sulle labbra»

Le parole s’interruppero di colpo. Avvertirono la scossa fin nei palmi appoggiati a terra. Nell’aria, sovrastando il rumore della pioggia e del vento, echeggiarono un tuono e una bestemmia.

«Se anche in queste situazioni non diventi religioso, penso proprio che la tua sia una non-fede salda»
«’fanculo»
«Prego. Tutto bene? Io la sberla l’ho sentita forte»
«Cristo» la successiva interazione con la divinità fu piuttosto colorita «Che posto di merda per crepare»
«Ti ricordo come sia stato tu a proporre questa via»

La stretta cengia sulla quale i due alpinisti si trovavano era situata a circa quattrocento metri dal terreno e a soli sessanta dal termine della via. La parete sia al di sotto che al di sopra di loro era perfettamente verticale ma non liscia, spezzata da diversi diedri e fessure oblique. Anche le macchie di colore si alternavano, per quanto il giallo fosse la tonalità decisamente prevalente. A rompere la continuità della verticalità era però solo questa esile passerella, alta all’incirca un metro e formatasi grazia a un’intrusione di una roccia più rossiccia e morbida, che nel corso dei secoli si era ridotta in ghiaia lasciando questo lungo solco leggermente obliquo sulla montagna.

«Guarda il lato positivo, almeno siamo seduti. Se proprio devo rimanere fulminato preferisco che accada qui piuttosto che mentre sono appeso ad un paio di chiodi marci»
«Mi hanno detto che esplodo quando un fulmine li prende»
«Sicuramente la mia principale preoccupazione nel caso un fulmine mi colpisca»
«Non voglio precipitare»
«E io non voglio friggere, quindi direi che possiamo trovare un accordo»

L’accento è lombardo, ma la permanenza fuori dalla regione ha chiaramente influito su entrambe le loro cadenze. Le voci si sentono a fatica tanto è lo scrosciare dell’acqua che scorre ad appena mezzo metro davanti a loro, fuori da quella stretta rientranza dove i due si sono riparati una volta sorpresi in parete da questa repentina mutazione del tempo.

«Se il vento gira e inizia a soffiarci la pioggia sotto il tettino anneghiamo, altroché»
Il secondo scalatore bestemmiò ancora «Ecco, saremo i primi ad annegare in parete. Sai che ridere?»
«Per noi non tanto. Comunque tranquillo, hai mai sentito di un’autopsia eseguita su due ragazzi morti arrampicando? È già tanto se ci sentiranno il polso»
«Da morto avrò altro di cui preoccuparmi» disse, chiudendo la frase con un’ulteriore bestemmia.
«Se esiste un Dio avrai qualche secolo per espirare tutte le volte che l’hai chiamato invano»
«Invano? Se non cerco un suo aiuto ora non vedo proprio quando farlo!»

Indossavano entrambi vestiti dai colori vivaci, anche se ora apparivano scuriti dall’acqua sulle spalle e sulle gambe, dietro le quali si rannicchiavano cercando di conservare un po’ di calore. Le imbracature erano collegate con una corda a due dadi d’alluminio e a un chiodo d’acciaio, martellati nelle fessure della roccia irregolare della cengia. La ricerca di vivacità e adrenalina ora si scontrava con il lato oscuro dell’esposizione che l’alpinismo dona.

«Comunque son felice: il fulmine ha stoppato la tua storia sdolcinata. Poi ora l’essere stato mollato non ti sembra la cosa più brutta della tua vita, no?»
«Lo pensavo anch’io, ma mi sto rendendo conto di come non mi strugga a sufficienza per farmi desiderare la morte, ma abbastanza per infastidirmi anche in questo momento. Ecco, quello che provo è un enorme fastidio per come è evoluta tutta la faccenda» rispose il primo ragazzo «E poi non ti ho detto che ci siamo lasciati» aggiunse dopo un attimo in cui era rimasto in sovrappensiero.
«Non mi dici mai nulla delle tue storie intanto che le hai. Se ti consola, ti giuro che sono infastidito anch’io, ma non per i tuoi due di picche»
«È bello trascorrere del tempo in compagnia di una persona così empatica, ti ringrazio»
«Se ti ripeti non è colpa mia. E non è colpa mia se t’innamori di ragazze a cui in realtà non piaci. E poi non vale vantarsi di non creare legami e lamentarsi quando una ti usa proprio perché in cerca di questo»
«Potrei dire la stessa cosa in merito ai tuoi gusti discutibili in fatto d’arrampicata: ti sembra che questa parete ci ami? Proponi solo vie sulle quali si deve rischiare e soffrire. Chissà perché mi lego ancora in cordata con te…»
«Almeno qui devi vivertela fino in fondo e senza scuse, checca» disse il secondo arrampicatore, interrompendosi per colpa di una raffica di vento particolarmente violenta. Poi, dopo l’ennesima imprecazione, riprese «Ti racconto io una storia triste, altro che le tue bionde»

Il suo interlocutore girò appena la testa verso di lui, senza dire nulla e con uno sguardo che indicava tutto fuorché accordo, ma il secondo scalatore lo interpretò come un gesto d’assenso e d’attenzione, quindi assumendo un’ironica posa teatrale iniziò a narrare con voce pomposa «Il netto sobbalzo dell’auto mi fece sprofondare in un abisso inversamente proporzionale alla vertigine in cui mi trovavo solo dieci minuti prima, quando l’auto non saltava, ma le sospensioni erano comunque impegnate a smorzare scossoni»

«Siamo già messi male, gradirei non sentire un’elencazione delle tue prestazioni sessuali>
«Se stai zitto potresti sentire altro» rispose il secondo alpinista. E continuò.

«Lei stava camminando verso il cancello di casa, apparentemente ignara di quello che era appena successo. I finestrini dell’auto erano ancora resi opachi dalla spessa umidità di cui si erano riempiti nell’ora precedente. Usciti dal locale c’erano bastati pochi minuti perché ci lanciassimo a percorre solo pochi metri, per fermarci poi nel primo vicolo buio ed esplodere. I vestiti dall’epicentro del nostro abbraccio erano finiti in ogni angolo della coupé.
Ricordo l’umido, il caldo e il freddo che si alternavano entrando e uscendo da una stretta fessura lasciata aperta dal finestrino sul lato del passeggero. Poi la quiete, una mano che mi percorreva dolcemente il viso, i fari sul vialetto di casa sua. E poi quel cazzo di balzo.
Maledissi il destino: proprio nel momento in cui avevo iniziato ad accarezzare l’idea di aver trovato la donna giusta, ora che per un breve istante mi ero sentito in armonia col creato, forse addirittura sereno e protetto, con un posto in questo casino che chiamiamo mondo; proprio ora quel maledetto gatto aveva deciso di mettersi in mezzo. Letteralmente.
Era sicuro fosse lui. L’avevo visto solo con la coda dell’occhio, ancora immerso nella bolla e nel torpore felice in cui Susanna mi aveva lasciato, ma non potevo non riconoscere il suo maledetto micio. Si trattava di un tigrato di un anno e mezzo, rosso e dalla coda folta. Lo avevo tenuto in braccio solo qualche ora prima, quando passando a prenderla ero stato invitato ad entrare nel giardino per giocare con lui. Lei adorava quel gatto, glielo avevo letto negli occhi. Ed era stata felice di notare come lui fosse subito entrato in sintonia con me. Il suo sguardo si era caricato di affetto mentre lo reggevo sul braccio, stringendolo contro il petto.

Ero paralizzato. Non potevo correre da lei e darle questa notizia, non dopo il nostro primo vero appuntamento. Anche ammesso che lei mi perdonasse, che lei capisse come fosse stato solo un tragico incidente, il peso della morte si sarebbe posato sopra la nostra relazione, incupendo i momenti di intimità e portando ben presto a …»

«Le donne amano la sincerità, per me avresti fatto bene a confessare»
«Zitto tu. Cosa ne sai di relazioni?» La voce del narratore si alzò onde evitare repliche

«INIZIAI A RAGIONARE SUL DA FARSI. La mia distrazione se da un lato mi aveva trascinato in questo incubo, dall’altro aveva evitato brusche frenate e i relativi rumori che avrebbero certamente attirato l’attenzione di Susanna. Certo, anche il fatto che mi fossi fermato a metà dell’uscita del parcheggio poteva risultare in ogni caso sospetto. Pensai di accendere il cellulare, in modo che la sua luce azzurra dentro l’abitacolo rendesse palese il motivo dell’interruzione della marcia. Sarebbe stata una mossa plausibile, ma avrebbe dato l’impressione di come quella serata fosse solo una parentesi all’interno della mia vita e di come appena staccatomi da lei cercassi il contatto con altre persone. No, non potevo farmi vedere mentre anche solo fingevo di comunicare con altri.
Notai in quel momento come i fasci dei fari proiettassero la loro luce sul portone della sua casa. Decisi che se stavo fermo potevo farmi passare per premuroso, per una persona che non voleva al contrario staccarsi da lei e cercava di prolungare il più possibile questa serata passata insieme, e questo in realtà poco si discostava dalla verità. Era perfetto! Almeno fino al momento in cui la mattina qualcuno avrebbe trovato il gatto proprio in quella posizione, avrebbe avvertito la proprietaria grazie al collarino e Susanna avrebbe immediatamente associato il sangue alla mia auto scura.
Mentre pensavo a ciò, d’improvviso mi venne in mente che forse il gatto non era morto sul colpo. Merda: andavo piano, forse l’impatto l’aveva solamente ferito e forse ora lui stava agonizzando lanciando i suoi disperati miagolii nel silenzio della notte. Altro sudore freddo iniziò a colare bagnandomi il colletto della camicia, rimpiazzando quello ben più caldo e piacevole che aveva incollato il suo tessuto alla mia pelle. Abbassai il finestrino dal lato del passeggero, confidando che il riflesso dei vetri e la luce dei fari non avrebbe reso questa operazione visibile da Susanna. Spensi la radio, per la verità già portata a volumi minimi per non intralciare i primi momenti di intimità verbale tra noi, e mi misi ad ascoltare: fuori si sentiva solo lo sgocciolare delle foglie spesse e sature di una siepe ad ogni alito di vento, un vago brusio proveniente dalla vicina statale e il lontano verso di un qualche rapace notturno. Nessun rantolio disperato si alzava dal retro della macchina.
Per il momento forse era salvo, ma era chiaro che avrei dovuto spostarlo da lì. Se la mattina lei avesse trovato il cadavere del micio proprio nel punto esatto in cui mi ero fermato a lungo, potevo considerare la nostra relazione finita. Susanna non avrebbe potuto dimostrare nulla, ma i sentimenti non seguono le miopi leggi della giustizia e un forte sospetto sarebbe stato sufficiente per avvelenare il feto dei suoi sentimenti. Non potevo però aprire la portiera senza essere visto, quindi dovevo aspettare che lei giungesse al portone, infilasse le chiavi nella toppa, facesse scattare la serratura, abbassasse la maniglia iniziando già a spingere la pesante porta in ferro e vetro, e solo dopo averla vista entrare e aver lasciato passare qualche istante per darle modo di tornare a girarsi verso l’interno, potevo azzardarmi ad uscire. In quel momento per la prima volta sentii tutta l’angoscia che un gesto automatizzato come l’aprire la porta di casa procura. C’è qualcosa di imposto da enti sconosciute, da forze superiori, forse chiamate normalmente routine, che ci costringono a questo gesto meccanico, ci obbligano a compiere gli identici movimenti ogni giorno, più volte al giorno, senza avere il minimo controllo della cosa. È come la lingua nel palato: finché non ci pensi non potrà mai infastidirti, ma se inizi a pensarci la tua serenità è finita.

Lei che nel frattempo si era avvicinata alla porta, cercando le chiavi nella borsa si accorse dei miei fari. Alzò lo sguardo, mi sorrise, poi allungò la mano per salutarmi. Il suo enorme portachiavi dondolava mentre infilava la piccola chiave nella toppa, la girava e finalmente spariva nell’adito del piccolo condominio. Non dovevo fare errori, non dovevo essere precipitoso. Affrettare i tempi in amore porta solo a svantaggi.
La scelta di tempo era fondamentale. Aspettare troppo mi avrebbe fatto apparire stupido, fermo in un parcheggio senza motivo. Affrettarli mi avrebbe fatto scoprire mentre uscivo dall’auto. Contai mentalmente fino a dieci, sforzandomi di non accelerare per il nervosismo, poi aprii con cautela la portiera. Con lo sguardo rimanevo fisso sul portone di Susanna, ma la mia mente era già proiettata con orrore a quello che avrei trovato vicino al piede una volta posatolo sull’asfalto.
Slacciai la cintura di sicurezza, portai un piede sul parcheggio, mi sporsi con mezzo busto fuori dall’auto, poi la coda dell’occhio vidi…»

«E voàltri che cazzo ghe fate chi?» la frase che aveva interrotto il racconto aveva la durezza tipica del veneto. Dalla via era spuntato un uomo di mezza età, magro e canuto. Le guance scavate erano coperte da una peluria dura, mentre gli occhi erano resi ancor più profondi dalle rughe che circondavano i bulbi.
«Pensavamo di abbronzarci» rispose il primo arrampicatore. L’uomo sembrò non apprezzare la battuta. Senza rispondere portò un piede sulla cengia e facendo forza sulle due braccia si alzò uscendo dalla verticalità della parete. Lo sguardo iniziò allora a percorrere la roccia e individuata la sosta vi si attaccò senza chiedere nulla ai due ragazzi.
«Ve piase esser centrati dalle saette? Qui rischiate di salvarvi, ve convien montare su fin in cima per essere sicuri di rimaner fulminati»
«La strada per la cima è un po’ umida» ribatté il secondo alpinista.
«Un poco di pioggia v’impedisce de rampà su un tiro di IV? È proprio vero che gli zòvani d’oggi sono senza spina dorsale. Piagnucolate per qualche rivolo d’acqua che vi entra nelle maniche se alzate le man su le prese…» mentre borbottava tirava le due corde legate al suo imbraco, poi quando queste smisero di venire le inserì nella piastrina che nel frattempo aveva attaccato al vertice della sosta con un moschettone a ghiera.
«Sei un Caronte venuto a portarci all’inferno o solo un rompiscatole intenzionato a rendere più sgradevole la nostra permanenza sulla terra?»
Lo sconosciuto guardò con un misto di stupore e disgusto il primo ragazzo. «Cosa si’ drio a dire, bocia?»
«Chiedeva se ci fai compagnia sulla cengia o se ci porti su la corda sul prossimo tiro» s’intromise il secondo arrampicatore.
«Non può farfugliare come un cristiano?»
«Si crede particolare, per questo cerca di sembrare normale» continuò il secondo ragazzo«Ovviamente non funziona»
«Anche in presenza di estranei non provi pudore nel raccontare stronzate» disse il primo arrampicatore.
«Son sempre io, con altri o da solo. Che cambia?»
«Non è l’essere che intendevo, ma il fare. Non ti adatti alle situazioni, alle persone che hai intorno. A volte penso che tu abbia dei leggeri tratti di autismo»
«Stai dicendo che sono ritardato!?» il tono del secondo arrampicatore si era alzato, pur senza diventare davvero minaccioso.
«No, di uno che non capisce il contesto»
«Quindi secchione, in che situazione siamo adesso?»
«Mi pare chiaro, siamo bloccati in una situazione in cui ci siamo cacciati da soli e adesso le alternative sono o quella di perdere la vita e andare ad ingrassare i giornalisti che vivono di cronaca nera alpinistica, oppure perdere la dignità facendoci soccorrere da una persona che neppure conosciamo e che ci mostra con la maggior crudezza possibile tutti i nostri limiti. Per usare il tuo linguaggio, siamo nella merda»
«C’è mai qualcosa di leggero nella tua vita?» ribatté l’altro.
«Raramente lo zaino»
«Facevi meglio a riempirlo de men o star direttamente a casa, bocia!» gli interruppe l’estraneo «ve siete qui a godervi la fine della vostra vita su una via che avranno già percorso mejara de person, di una difficoltà ormai alla portata di un qualsiasi uomo che voglia definirsi ranpegatore, in condizioni certo conplicà, ma non le più brutte che si possono immaginare o le peggiori in cui l’è stata scalata»
«Non siamo all’altezza della situazione, è questo che ci tieni a farci ammettere?» disse il primo arrampicatore con una voce si ruppe sull’ultima parola.
«Se, ma voi invece che impegnarvi quel tanto che basta per rampà fino in cima e poter quindi scendere dal sentiero della normale, state qui a farve i pompini a vicenda pensando di vivere una grande e tragica avventura» continuò l’uomo «Ve credete forse speciali?»

Era una notte buia e tempestosa

Lei forse sarebbe venuta e Traverso ne approfittò per sedersi ad aspettarla in balcone. Con sé prese una bottiglia, un bicchiere, una penna e un taccuino che aveva la necessità di sporcare con le sue parole. Le finestre dei palazzi di fronte erano tutte spente e sembravano più buie della notte che sovrastava l’edificio. Solo da un pertugio proveniva una debole luce scura e intermittente, come se all’interno si stesse osservando un film virato seppia. Intuiva di essere immerso in una zona densamente abitata, ma al tempo stesso si sentiva solo, osservato unicamente da fantasmi che non si palesavano, i quali immobili attendevano nell’ombra di finestre aperte su appartamenti e su mondi diversi; mondi in cui il tempo non era fermo, ma scorrendo così velocemente poteva prendersi il lusso di impiegare ore a fissare un limbo stagnante.

L’umidità iniziava a salire e a riempire l’aria col suo profumo appiccicoso, a cui si era legato quello dei fiori di una qualche pianta dei dintorni. Traverso si sistemò sulla vecchia poltrona in vimini incrociando le mani dietro la nuca. Gli occhi stanchi non gli permettevano di cogliere la reale profondità del nero della notte, riempiendo l’oscurità di piccole imperfezioni luminose e opache. Rimase comunque a osservare il cielo, cercando di distinguere le poche stelle presenti dai difetti ottici, finché nel vicolo d’ingresso non passò un cane solitario. Lo scrittore emise uno schiocco con la lingua per attirare l’attenzione dell’animale. Questo si fermò per un istante, guardando con sospetto verso la sorgente del rumore, poi senza averla individuata con precisione riprese a camminare lento finché non venne inghiottito dalla siepe.

L’aria della sera si era fatta particolarmente fredda per essere una giornata estiva. Si era alzata una lieve brezza che aveva mosso l’aria calda e densa del giorno. Il sudore che aveva formato una sottile patina su tutta la pelle iniziò ora ad asciugarsi, facendolo rabbrividire. Traverso entrò in casa e si mise una felpa in materiale sintetico. Immediatamente, allontanato il vento notturno dalla sua pelle, la temperatura ambientale sembrò risalire. Trovava impossibile che uno strato così sottile di tessuto potesse isolarlo con tanta efficacia dal freddo esterno: sembrava possedere un calore suo, come fosse un essere vivente a riscaldarlo col tepore del proprio corpo. Iniziò ad indagare su di essa. La fodera era formata da una trama di quadratini morbidi, che creavano un cuscinetto d’aria isolante. Il tessuto esterno era invece più rigido e liscio, fornendo una parvenza d’impermeabilità e protezione dal vento. La sensazione di una terza persona che lo avesse abbracciato mentre indossava quel capo sarebbe stata di gelo e impenetrabilità, ma al suo interno si rimaneva invece caldi e coccolati.

In alto la luna era piena a metà e rimpallava la sua luce tra due fasce di nubi, una al di sopra e una al di sotto di essa. Lampi di luce tradivano la presenza lontana di un temporale che stava disturbando altre veglie all’aperto, negando qui la bellezza di uno spettacolo pirotecnico naturale. La via che dal remoto mondo esterno conduceva alla casa era in leggera discesa, affiancata su un lato da un filare di alberi e sull’altro da vecchi lampioni dalla luce calda e che non feriva il buio della notte. Qualche sparuta auto la percorreva, piegando però sempre sulla destra per seguire la strada principale, lanciando solo fasci di luce sul tavolino su cui Traverso aveva posto le sue cose, facendolo sussultare e alimentando l’attesa per la macchina di Lei.
Per far passare il tempo prese un libro che aveva iniziato tempo fa e che non riusciva a terminare: lo aveva in casa come fosse un vecchio gatto, al quale dedicare poche cure in sovrappensiero e mai vera attenzione. Leggeva del pianto di una donna. Poteva sentire il calore delle lacrime e vederle mentre queste macchiavano il cappotto verde militare. Il suo profumo era dolce e giovane. Avrebbe voluto circondarle i fianchi con un braccio. Le sue di parole invece si ritraevano, sfuggivano, scappavano, finendo per impigliarsi nelle tende di una catena di negozi di mobilia, impreziosendo il tessuto chiaro con le trame delle lettere scritte a mano, ma lasciando vergine il foglio bianco. Le introspezioni crescevano con la luce della luna, finché anch’essa non rimase intrappolata dietro un grosso banco di nubi nere e gonfie. Queste in breve occuparono tutta la porzione di cielo visibile dal balcone e sulla ringhiera iniziò a risuonare il ticchettio delle prime gocce. Le gocce si fecero pioggia e la pioggia si fece temporale.
L’acqua scendeva a scrosci densi, cadenzati dalle raffiche di vento. Dopo ogni tuono il rumore della pioggia sembrava aumentare, con uno scrosciare che andava a coprire ogni altro suono nella notte. Il rombo dopo il lampo durava a lungo e il forte schiocco iniziale faceva vibrare ogni oggetto vicino a Traverso. Lui si accorse di star digrignando i denti da non sapeva quanto tempo, al punto che i muscoli del volto si erano ormai indolenziti. Li rilassò e con la lingua iniziò a percorrere le punte dei molari, copiandone il profilo ed esercitano su ognuna di esse una lieve pressione.

tendaggio

Ad un tratto vide un insetto minuto correre tra le righe del foglio. Aveva movimenti saccadici: scattava per qualche millimetro, si fermava e ripartiva immediatamente per una direzione diversa, come se avesse perso qualcosa e lo stesse disperatamente cercando. Iniziò ad inseguirlo con la punta della penna, tracciando sulla pagina bianca la traiettoria spezzata dell’animale, finché non realizzò che la vita di quell’insetto era nelle sue mani. Poteva ucciderlo con un solo gesto del dito, oppure avrebbe potuto depositarlo su una pianta o addirittura nutrirlo e prendersi cura di lui. Per quell’insetto era un essere onnipotente, e l’animaletto forse non era neppure cosciente della sua presenza, così potente e terribile.
Un peto metallico riempì l’aria, il telefono s’illuminò e Traverso decise di tornare a ignorare il destino di quell’esserino che per qualche minuto era rimasto sotto il suo totale controllo. Era in uno di quei momenti in cui si sentiva triste, anche se triste non era la parola giusta per indicare quell’umore malinconico e scuro. Forse neppure depresso centrava il nodo che si formava a metà tra stomaco e gola; mentre angoscia lo sbozzava solo in una sua parte. Quale che fosse la parola con cui rivestire questa sensazione, in quel momento si sentiva infastidito dalle persone, in particolare da quelle che cercavano di comunicare con lui, e lui sapeva di poter diventare un fastidio per loro. Quindi, al contrario di quello che faceva di solito, non guardò neppure i messaggi giunti sul cellulare e lo spense.

In quel momento ebbe come il presentimento che una figura mostruosa fosse apparsa alle sue spalle. Era Lei, ma trasfigurata in maniera orribile, come se uscita da un terribile incidente stradale. Sapeva che quell’immagine era solo una suggestione auto-indotta, ma i brividi freddi che gli percorrevano il corpo erano reali. Sarebbe bastato smettere di pensarci per farla sparire; e non vedere più quell’immagine era la cosa che ora voleva più al mondo, ancor più di vedere Lei reale, più di finire il suo libro. Ma non riusciva a far correre i pensieri secondo il suo volere, a non pensare a quell’orrore, a smettere di figurarsi quell’immagine, continuando anzi ad arricchirla con particolari sempre più raccapriccianti. Quando arrivò a sentire il peso della sua mano sulla spalla gli occhi gli si riempirono di lacrime. Un filo di vento gelido alitò in quel momento, ma invece che far sparire quella sensazione, produsse un urlo acuto e ancestrale.
Traverso capì che non poteva fermarsi, non poteva arrestare la discesa nell’infinito della matassa dei pensieri che si impadronivano della sua mente contro la sua coscienza. Ma sapeva anche di non essere in grado immaginare il suo odore, e questo era l’unico appiglio positivo a cui si afferrò cercando un barlume di razionalità: non avrebbe potuto sopportare se gli fosse entrato nelle narici il profumo metallico del sangue e l’odore dolciastro e nauseabondo delle interiora. Ma l’immaginazione continuava ad avanzare e la figura si avvicinava sempre di più a lui attonito e terrorizzato. Iniziò a girarsi sulla sedia, urtando un bicchiere che cadendo si ruppe in grossi pezzi, senza che questo distraesse lo scrittore da quello che la sua mente stava producendo. Il mondo iniziò a stringersi e chiudersi come in un tunnel. Il tetto e il pavimento si avvicinavano con un moto veloce e costante. Da una parte del tunnel c’era Lei, sempre più trasfigurata e mostruosa, in mezzo Traverso e dall’altra la ringhiera del balcone. La libertà non poteva che essere in una direzione.